Ci sono alcune cose che, nonostante tutto, ancora amo dell’Italia e che amerò sempre: tra queste c’è il caffè. Che dire del profumo e del rumore con cui la moka riempie la cucina? Una meraviglia! Peccato che da qualche mese fare il caffè sia diventata una vera tortura. Qualcosa va storto: la caffettiera borbotta come un vecchio catarroso, il caffè non sale, e quando lo fa, è scuro come il petrolio, sa di bruciato ed è, a conti fatti, imbevibile…
Ricordo una moka (entrata ormai nella leggenda) che è stata nella mia cucina per quasi un ventennio e se n’è andata in pensione con tutti gli onori. Quelle che l’hanno seguita, però, non sono state all’altezza: ne ho cambiate tre in meno di sei mesi. La marca è sempre la stessa: Bialetti. Che cos’è cambiato allora? Nient’altro che il luogo di produzione.
Infatti Bialetti è una delle tante aziende italiane coinvolte in quel fenomeno che chiamano “delocalizzazione” e che consiste nel trasferimento di settori di produzione dall’Italia verso un paese dove tassazione e costo della manodopera permettono uno sviluppo impensabile se si restasse in Italia; nei casi meno fortunati, questa trasferta è addirittura obbligatoria per non chiudere i battenti.
Nel caso specifico della Bialetti (nata nel lontano 1919) la decisione è arrivata nell’aprile del 2010, quando ha annunciato la chiusura dello storico stabilimento di Omegna (Piemonte) mantenendo in Italia soltanto la parte relativa al design, al marketing e alla ricerca (conservando così anche il marchio “Made in Italy”). Le persone rimaste senza lavoro per questa manovra sono 120. A questo numero devono essere aggiunti tutti gli operai lasciati a casa a seguito della chiusura o delocalizzazione di numerose storiche aziende del territorio piemontese.
La moka Bialetti è stata per molto tempo un esempio della qualità e dell’abilità imprenditoriale italiana; quella di Alfonso Bialetti fu una trovata innovativa che rivoluzionò il modo di fare il caffè, unendo alla praticità il senso estetico (design Art Decò). Assistere al trasferimento della produzione di moke (che ha seguito quella di altri prodotti houseware dello stesso marchio) è davvero un po’ come assistere al crollo di Pompei.
Una domanda a questo punto è lecita: che effetto ha la delocalizzazione sull’Italia? Alcuni studi sostengono la sostanziale positività del sistema in quanto le aziende diventano più competitive, la manodopera “liberata” è flessibile in quanto non specializzata (infatti chi non lo cerca un operaio di 50/60 anni che nella vita ha fatto solo caffettiere?) e produce ricchezza anche nei paesi ospitanti. Altri vedono il rovescio della medaglia: senza l’industria non c’è sviluppo, i lavoratori “liberati” non si riciclano affatto (soprattutto se tutte le aziende espatriano), la ricchezza del territorio si affossa trascinando con sé quanto sta intorno. Per quanto riguarda il paese in cui si delocalizza, dopo una fase di aumento del benessere, è facile che le imprese spostino nuovamente la produzione qualora le richieste e il prezzo della manodopera smettono di essere “competitivi”.
Le uniche cose che appaiono con chiarezza in questo panorama sono le seguenti: la logica di produzione domina su tutto e tutti; il lavoro se ne va sempre più lontano; i lavoratori non sono tutelati; il governo guarda, un po’ stupito, come se non capisse o la cosa non lo riguardasse; e il mio caffè non ha più il sapore di una volta…
Ricordo una moka (entrata ormai nella leggenda) che è stata nella mia cucina per quasi un ventennio e se n’è andata in pensione con tutti gli onori. Quelle che l’hanno seguita, però, non sono state all’altezza: ne ho cambiate tre in meno di sei mesi. La marca è sempre la stessa: Bialetti. Che cos’è cambiato allora? Nient’altro che il luogo di produzione.
Infatti Bialetti è una delle tante aziende italiane coinvolte in quel fenomeno che chiamano “delocalizzazione” e che consiste nel trasferimento di settori di produzione dall’Italia verso un paese dove tassazione e costo della manodopera permettono uno sviluppo impensabile se si restasse in Italia; nei casi meno fortunati, questa trasferta è addirittura obbligatoria per non chiudere i battenti.
Nel caso specifico della Bialetti (nata nel lontano 1919) la decisione è arrivata nell’aprile del 2010, quando ha annunciato la chiusura dello storico stabilimento di Omegna (Piemonte) mantenendo in Italia soltanto la parte relativa al design, al marketing e alla ricerca (conservando così anche il marchio “Made in Italy”). Le persone rimaste senza lavoro per questa manovra sono 120. A questo numero devono essere aggiunti tutti gli operai lasciati a casa a seguito della chiusura o delocalizzazione di numerose storiche aziende del territorio piemontese.
La moka Bialetti è stata per molto tempo un esempio della qualità e dell’abilità imprenditoriale italiana; quella di Alfonso Bialetti fu una trovata innovativa che rivoluzionò il modo di fare il caffè, unendo alla praticità il senso estetico (design Art Decò). Assistere al trasferimento della produzione di moke (che ha seguito quella di altri prodotti houseware dello stesso marchio) è davvero un po’ come assistere al crollo di Pompei.
Una domanda a questo punto è lecita: che effetto ha la delocalizzazione sull’Italia? Alcuni studi sostengono la sostanziale positività del sistema in quanto le aziende diventano più competitive, la manodopera “liberata” è flessibile in quanto non specializzata (infatti chi non lo cerca un operaio di 50/60 anni che nella vita ha fatto solo caffettiere?) e produce ricchezza anche nei paesi ospitanti. Altri vedono il rovescio della medaglia: senza l’industria non c’è sviluppo, i lavoratori “liberati” non si riciclano affatto (soprattutto se tutte le aziende espatriano), la ricchezza del territorio si affossa trascinando con sé quanto sta intorno. Per quanto riguarda il paese in cui si delocalizza, dopo una fase di aumento del benessere, è facile che le imprese spostino nuovamente la produzione qualora le richieste e il prezzo della manodopera smettono di essere “competitivi”.
Le uniche cose che appaiono con chiarezza in questo panorama sono le seguenti: la logica di produzione domina su tutto e tutti; il lavoro se ne va sempre più lontano; i lavoratori non sono tutelati; il governo guarda, un po’ stupito, come se non capisse o la cosa non lo riguardasse; e il mio caffè non ha più il sapore di una volta…
Alessandro Bardin

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