È difficile trovare un aggettivo più adeguato dello spesso abusato “storico” per definire gli eventi che stanno ridisegnando la geografia politica del mondo arabo. Basti pensare che, nell’età contemporanea, solo nel 1848 e nel 1989 era capitato che un’intera regione fosse attraversata da movimenti rivoluzionari. Ecco perché a quattro mesi dall’inizio dei bombardamenti della Nato in Libia, in cui l’Italia è impegnata attivamente, si avverte l’esigenza di fare un po’ di chiarezza su quanto sta avvenendo a due passi da casa nostra. Questo a fronte di un dibattito politico interno che ha ridotto il tutto ad un problema di invasione delle nostre coste da parte di migliaia di uomini e donne in fuga.
L’articolo non pretende di analizzare tutte le specificità di un processo che coinvolge paesi molto diversi tra loro. L’obiettivo è, semmai, sviluppare qualche riflessione di carattere generale, che permetta di inquadrarne gli aspetti essenziali. In tal senso, il primo elemento da tenere a mente è che l’origine delle rivolte va ricercata, come quasi sempre accade, nell’economia. L’Egitto, La Tunisia, la Siria, lo Yemen (ma anche il Marocco e l’Algeria) hanno una lunga tradizione di governi autoritari e corrotti che, accentrando su di sé e sulla ristretta cerchia dei propri sostenitori le limitate risorse del paese, hanno sempre costretto la maggior parte della popolazione a sopravvivere in condizioni di difficoltà. Il fragile equilibrio si è spezzato alla fine del 2010, quando elementi contingenti, tra cui la distruzione dei raccolti di frumento russi, e strutturali, l’aumento della domanda di beni primari da parte della Cina e dell’India, hanno causato un rialzo dei prezzi dei prodotti di prima necessità, che a quel punto sono divenuti inaccessibili per le popolazioni arabe. Il venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi, che dandosi fuoco il 17 dicembre 2010 per protestare contro il carovita ha fatto esplodere la scintilla della rivolta in tutto il Mediterraneo meridionale, è l’emblema di questo discorso. In quella situazione di instabilità, l’adozione da parte dei governi colpiti dalle proteste di misure miranti a calmierare i prezzi dei prodotti alimentari, interpretata come un segnale di debolezza, è stata la molla che ha spinto centinaia di migliaia di persone ad invadere le piazze principali di Tunisi, Il Cairo ad altre città.
Qui entra in gioco l’elemento politico, dal momento che, questa è la grande novità, alla testa delle rivolte si sono messe le giovani generazioni arabe. Il 20% della popolazione del Nord Africa e del Medio Oriente ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, e la metà degli abitanti di quei paesi ne ha comunque meno di 30. Si tratta in larga parte di giovani diplomati e laureati, con una formazione ed una consapevolezza molto più elevate di quelle dei loro genitori, ma comunque insufficienti per trovare lavoro in patria e all’estero, dove patiscono la maggiore preparazione dei laureati europei, statunitensi, cinesi ed indiani. Questi ragazzi sono dunque scesi in piazza, aggirando la censura e la repressione delle forze di sicurezza utilizzando twitter, facebook e tutti gli strumenti che la tecnologia mette loro a disposizione, e l’effetto è stato dirompente.
Queste ultime considerazioni la dicono lunga circa la superficialità con cui è stato paventato il pericolo di una radicalizzazione in senso religioso delle rivolte. Non a caso, tanto i Fratelli Musulmani quanto i gruppi salafiti sono stati colti di sorpresa dagli eventi, tanto che al loro interno è iniziata una vera e propria resa dei conti, con le componenti più giovani che hanno chiesto l’avvio di un processo di modernizzazione. È vero che questi movimenti sono radicati sul territorio e, soprattutto in previsione delle elezioni politiche in Tunisia ed in Egitto, sono meglio attrezzati dei nascenti partiti politici per condurre una campagna elettorale. Tuttavia, se la comunità internazionale supporterà politicamente ed economicamente i governi di transizione, la minaccia del radicalismo islamico sarà sicuramente contenuta.
L’articolo non pretende di analizzare tutte le specificità di un processo che coinvolge paesi molto diversi tra loro. L’obiettivo è, semmai, sviluppare qualche riflessione di carattere generale, che permetta di inquadrarne gli aspetti essenziali. In tal senso, il primo elemento da tenere a mente è che l’origine delle rivolte va ricercata, come quasi sempre accade, nell’economia. L’Egitto, La Tunisia, la Siria, lo Yemen (ma anche il Marocco e l’Algeria) hanno una lunga tradizione di governi autoritari e corrotti che, accentrando su di sé e sulla ristretta cerchia dei propri sostenitori le limitate risorse del paese, hanno sempre costretto la maggior parte della popolazione a sopravvivere in condizioni di difficoltà. Il fragile equilibrio si è spezzato alla fine del 2010, quando elementi contingenti, tra cui la distruzione dei raccolti di frumento russi, e strutturali, l’aumento della domanda di beni primari da parte della Cina e dell’India, hanno causato un rialzo dei prezzi dei prodotti di prima necessità, che a quel punto sono divenuti inaccessibili per le popolazioni arabe. Il venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi, che dandosi fuoco il 17 dicembre 2010 per protestare contro il carovita ha fatto esplodere la scintilla della rivolta in tutto il Mediterraneo meridionale, è l’emblema di questo discorso. In quella situazione di instabilità, l’adozione da parte dei governi colpiti dalle proteste di misure miranti a calmierare i prezzi dei prodotti alimentari, interpretata come un segnale di debolezza, è stata la molla che ha spinto centinaia di migliaia di persone ad invadere le piazze principali di Tunisi, Il Cairo ad altre città.
Qui entra in gioco l’elemento politico, dal momento che, questa è la grande novità, alla testa delle rivolte si sono messe le giovani generazioni arabe. Il 20% della popolazione del Nord Africa e del Medio Oriente ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, e la metà degli abitanti di quei paesi ne ha comunque meno di 30. Si tratta in larga parte di giovani diplomati e laureati, con una formazione ed una consapevolezza molto più elevate di quelle dei loro genitori, ma comunque insufficienti per trovare lavoro in patria e all’estero, dove patiscono la maggiore preparazione dei laureati europei, statunitensi, cinesi ed indiani. Questi ragazzi sono dunque scesi in piazza, aggirando la censura e la repressione delle forze di sicurezza utilizzando twitter, facebook e tutti gli strumenti che la tecnologia mette loro a disposizione, e l’effetto è stato dirompente.
Queste ultime considerazioni la dicono lunga circa la superficialità con cui è stato paventato il pericolo di una radicalizzazione in senso religioso delle rivolte. Non a caso, tanto i Fratelli Musulmani quanto i gruppi salafiti sono stati colti di sorpresa dagli eventi, tanto che al loro interno è iniziata una vera e propria resa dei conti, con le componenti più giovani che hanno chiesto l’avvio di un processo di modernizzazione. È vero che questi movimenti sono radicati sul territorio e, soprattutto in previsione delle elezioni politiche in Tunisia ed in Egitto, sono meglio attrezzati dei nascenti partiti politici per condurre una campagna elettorale. Tuttavia, se la comunità internazionale supporterà politicamente ed economicamente i governi di transizione, la minaccia del radicalismo islamico sarà sicuramente contenuta.
Carlo Marcotulli

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