Siamo in crisi… lo sappiamo tutti. Ormai ovunque si scrive di questo paese stagnante, senza crescita, sempre più indebitato, incapace di reagire.
Non c’è da stupirsi. L’Italia ricorda un vecchio artritico: immobile e privo di interesse per il futuro. Chi ne ha la possibilità accaparra non tenendo conto dello sviluppo della nazione. D’altra parte, si sa, ci sono i “Pochi” che spremono la vacca grassa finché non stramazza a terra sfinita. La vacca grassa siamo noi.
Questo sistema non è nuovo: va avanti con continuità da molti decenni. È quasi consolante nella sua costanza. Vediamo un esempio: la storia di una grande azienda distrutta da un atteggiamento che, per non essere volgare, definirò soltanto “miope”. Ovviamente, non è solo il fallimento di un "marchio", è anche il fallimento del sistema di questo paese.
L’Olivetti nasce il 29 ottobre 1908 e quasi da subito si impone sul mercato per le celebri macchine da scrivere. Quarant’anni più tardi produce la Divisumma-14, la prima calcolatrice scrivente che sancisce l’inizio dei grandi successi dell’azienda. Ma la vera svolta arriva sotto la guida di un illuminato Adriano Olivetti (figlio del fondatore). Ed è una storia curiosa, che oggi ha un vago sapore di eccentricità (limitatamente all’Italia, in quanto all’estero sarebbe nella norma). Che cosa combina questo imprenditore un po’ folle? Mette un annuncio sul giornale alla ricerca di “fisici, ingegneri, matematici e tecnici”; insomma, tutti quei laureati che oggi non riescono a impiegarsi nemmeno come bidelli.
Non c’è da stupirsi. L’Italia ricorda un vecchio artritico: immobile e privo di interesse per il futuro. Chi ne ha la possibilità accaparra non tenendo conto dello sviluppo della nazione. D’altra parte, si sa, ci sono i “Pochi” che spremono la vacca grassa finché non stramazza a terra sfinita. La vacca grassa siamo noi.
Questo sistema non è nuovo: va avanti con continuità da molti decenni. È quasi consolante nella sua costanza. Vediamo un esempio: la storia di una grande azienda distrutta da un atteggiamento che, per non essere volgare, definirò soltanto “miope”. Ovviamente, non è solo il fallimento di un "marchio", è anche il fallimento del sistema di questo paese.
L’Olivetti nasce il 29 ottobre 1908 e quasi da subito si impone sul mercato per le celebri macchine da scrivere. Quarant’anni più tardi produce la Divisumma-14, la prima calcolatrice scrivente che sancisce l’inizio dei grandi successi dell’azienda. Ma la vera svolta arriva sotto la guida di un illuminato Adriano Olivetti (figlio del fondatore). Ed è una storia curiosa, che oggi ha un vago sapore di eccentricità (limitatamente all’Italia, in quanto all’estero sarebbe nella norma). Che cosa combina questo imprenditore un po’ folle? Mette un annuncio sul giornale alla ricerca di “fisici, ingegneri, matematici e tecnici”; insomma, tutti quei laureati che oggi non riescono a impiegarsi nemmeno come bidelli.
Con un atto estroso decide di assumerli e pagarli (atteggiamento che sembra sancire l’inevitabile fine di ogni impresa contemporanea), collaborando inizialmente con l’Università di Pisa. D’altra parte Olivetti è già famoso per il trattamento anomalo dei suoi dipendenti: «La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, circondati e avvolti dalla luce. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L'orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.» (da www.lastoriasiamonoi.rai.it)
Ci sono già troppe cose che sorprendono, senza contare gli affreschi di Guttuso e i concerti di Luigi Nono: gente con un contratto di lavoro e uno stipendio; rapporto università-lavoro; assunzione di perfetti sconosciuti. Ma non è finita! Ciò che più lascia sconvolti, è che Adriano Olivetti aveva un’idea… altro aspetto dell’industria che ha fatto la stessa fine del Dodo e della satira: si è estinto. Credeva che l’elettronica fosse il futuro, perciò ha deciso di investire (parola tabù) tempo e risorse su questa sua idea. Per il dinamismo, la lungimiranza e il circolo di intellettuali che la frequentavano, la Olivetti venne definita la “Atene degli anni Cinquanta”.
C'è da chiedersi se un simile comportamento l'abbia portato al fallimento. La risposta è: no. E qualcuno dovrebbe stupirsene.Grazie al suo team, guidato da Mario Tchou, l’Olivetti elabora, disegna e produce l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico completamente a transistor, presentato alla Fiera di Milano nel 1959. È un successone. Si tratta di un sistema innovativo (persino nel design) che garantisce l’espansione sul mercato internazionale dell’azienda.
Una frase di Tchou meriterebbe di essere scolpita in quei gerontocomi che sono Parlamento e Senato: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria».
Una serie di sventure mette in crisi l’Olivetti: nel 1960 muore Adriano e la crisi generale aggrava la situazione finanziaria (resa ancora più difficile da dissidi familiari).
Viene così il momento per l’intervento dall’esterno: l’Italia ci mette la zampa, come un re Mida al contrario… Lo Stato (cioè i partiti, soprattutto la DC) pensa bene che non valga la pena sostenere l’Olivetti. Entrano allora in scena i grandi imprenditori con il Gruppo d’intervento, formato da: Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI, La Centrale.
Memorabili rimarranno nella storia le parole di Vittorio Valletta (presidente Fiat e poi senatore a vita): “La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico”. È così che il reparto più produttivo e innovativo della Olivetti viene venduto alla General Electric.
Non è finita. Nel 1965, quel 25% della Divisione Elettronica ancora di proprietà italiana presenta il Programma 101, che non è nient’altro che il primo personal computer, in anticipo di circa un decennio sul resto del mondo. Alla fiera di New York del 65 il P101 dovette essere “nascosto” in quanto al reparto italiano era di competenza solo la “piccola elettronica”.
La nuova guida dell’azienda non ne capì le potenzialità. E pare fossero gli unici, considerata la folla che prese letteralmente d'assalto lo stand della Olivetti e che costrinse gli organizzatori della fiera a ridisegnare tutti gli spazi assegnati.
La General Electric prese il restante 25% dell’azienda. L’Italia salutò così un settore poco proficuo e senza futuro come quello dell’informatica…
Fine della favola.
Alessandro Bardin
Ci sono già troppe cose che sorprendono, senza contare gli affreschi di Guttuso e i concerti di Luigi Nono: gente con un contratto di lavoro e uno stipendio; rapporto università-lavoro; assunzione di perfetti sconosciuti. Ma non è finita! Ciò che più lascia sconvolti, è che Adriano Olivetti aveva un’idea… altro aspetto dell’industria che ha fatto la stessa fine del Dodo e della satira: si è estinto. Credeva che l’elettronica fosse il futuro, perciò ha deciso di investire (parola tabù) tempo e risorse su questa sua idea. Per il dinamismo, la lungimiranza e il circolo di intellettuali che la frequentavano, la Olivetti venne definita la “Atene degli anni Cinquanta”.
C'è da chiedersi se un simile comportamento l'abbia portato al fallimento. La risposta è: no. E qualcuno dovrebbe stupirsene.Grazie al suo team, guidato da Mario Tchou, l’Olivetti elabora, disegna e produce l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico completamente a transistor, presentato alla Fiera di Milano nel 1959. È un successone. Si tratta di un sistema innovativo (persino nel design) che garantisce l’espansione sul mercato internazionale dell’azienda.
Una frase di Tchou meriterebbe di essere scolpita in quei gerontocomi che sono Parlamento e Senato: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria».
Una serie di sventure mette in crisi l’Olivetti: nel 1960 muore Adriano e la crisi generale aggrava la situazione finanziaria (resa ancora più difficile da dissidi familiari).
Viene così il momento per l’intervento dall’esterno: l’Italia ci mette la zampa, come un re Mida al contrario… Lo Stato (cioè i partiti, soprattutto la DC) pensa bene che non valga la pena sostenere l’Olivetti. Entrano allora in scena i grandi imprenditori con il Gruppo d’intervento, formato da: Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI, La Centrale.
Memorabili rimarranno nella storia le parole di Vittorio Valletta (presidente Fiat e poi senatore a vita): “La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico”. È così che il reparto più produttivo e innovativo della Olivetti viene venduto alla General Electric.
Non è finita. Nel 1965, quel 25% della Divisione Elettronica ancora di proprietà italiana presenta il Programma 101, che non è nient’altro che il primo personal computer, in anticipo di circa un decennio sul resto del mondo. Alla fiera di New York del 65 il P101 dovette essere “nascosto” in quanto al reparto italiano era di competenza solo la “piccola elettronica”.
La nuova guida dell’azienda non ne capì le potenzialità. E pare fossero gli unici, considerata la folla che prese letteralmente d'assalto lo stand della Olivetti e che costrinse gli organizzatori della fiera a ridisegnare tutti gli spazi assegnati.
La General Electric prese il restante 25% dell’azienda. L’Italia salutò così un settore poco proficuo e senza futuro come quello dell’informatica…
Fine della favola.
Alessandro Bardin

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