In Italia e in Europa suona la sirena del Giorno del Giudizio. “A meno che non sia rimbambito, non suonava da quasi tre anni, ormai”. La geniale gag di Nonno Simpson è perfetta per sdrammatizzare l’attuale situazione, ed offre altresì lo spunto per inquadrare i recenti sviluppi economico-sociali in un contesto di lungo periodo. Prima di nascondere i risparmi sotto il cuscino e contare i giorni che mancano al 21 dicembre del 2012, è infatti utile ricordare che non siamo di fronte alla prima grande crisi internazionale, e che queste storicamente portano a grandi trasformazioni politiche, economiche e sociali, alla redistribuzione di ricchezza e potere tra i vari paesi del mondo e alla nascita di nuovi equilibri sistemici. In altre parole, ogni crisi si conclude sempre con dei vincitori e dei perdenti. Dal nostro punto di vista, il problema è che stavolta l’Occidente è il principale candidato a far parte della seconda categoria.
La crisi esplosa in seguito al crollo del settore immobiliare statunitense nel 2008 ha raggiunto un nuovo picco con la tempesta finanziaria abbattutasi quest’estate sull’economia europea. Per la prima volta sono emersi dubbi circa la sopravvivenza dell’Unione Europea e della moneta unica, e per riportare i bilanci sotto controllo quasi tutti i paesi dell’eurozona sono stati costretti a ricorrere a misure di emergenza, basate su consistenti tagli alla spesa pubblica, privatizzazione di numerose attività e servizi, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e aumento delle tasse. Ciò ha scatenando le proteste dei giovani, tra i più penalizzati da tali misure, che a milioni hanno occupato le piazze di Londra e Atene fino a Madrid. Fuori dall’Europa, la crisi ha messo in discussione persino la leadership economica mondiale degli Stati Uniti, le cui perduranti difficoltà vanno ben oltre il discutibile declassamento del debito ad opera dell’ancor più discutile agenzia di rating Standard & Poor’s.
Se sui media (tranne Rai e Mediaset) è possibile trovare autorevoli analisi sulle cause strutturali della crisi, lo stesso non si può però dire per gli avvertimenti lanciati dai tanti esperti convinti che le misure adottate non faranno che peggiorare la situazione. Ciò è tanto più incomprensibile laddove si consideri che il fallimento di programmi che impongono grandissimi sacrifici a milioni di cittadini farebbe sprofondare l’economia in una crisi ancor più grave, e il probabile rafforzamento delle misure di austerità rischia di far esplodere rivolte sociali in tutto il continente. Non è fantapolitica, visto che gli scontri ad Atene e a Londra di questa estate hanno mostrato ciò che potrebbe accadere in futuro. Il fatto è che l’allarme sembra giustificato: le misure anticrisi sono state elaborate dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, ovvero due istituti accomunati dalla funzione di assicurare la stabilità finanziaria, indipendentemente dalla crescita economica, che è il vero motore della creazione di posti di lavoro.
La crisi esplosa in seguito al crollo del settore immobiliare statunitense nel 2008 ha raggiunto un nuovo picco con la tempesta finanziaria abbattutasi quest’estate sull’economia europea. Per la prima volta sono emersi dubbi circa la sopravvivenza dell’Unione Europea e della moneta unica, e per riportare i bilanci sotto controllo quasi tutti i paesi dell’eurozona sono stati costretti a ricorrere a misure di emergenza, basate su consistenti tagli alla spesa pubblica, privatizzazione di numerose attività e servizi, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e aumento delle tasse. Ciò ha scatenando le proteste dei giovani, tra i più penalizzati da tali misure, che a milioni hanno occupato le piazze di Londra e Atene fino a Madrid. Fuori dall’Europa, la crisi ha messo in discussione persino la leadership economica mondiale degli Stati Uniti, le cui perduranti difficoltà vanno ben oltre il discutibile declassamento del debito ad opera dell’ancor più discutile agenzia di rating Standard & Poor’s.
Se sui media (tranne Rai e Mediaset) è possibile trovare autorevoli analisi sulle cause strutturali della crisi, lo stesso non si può però dire per gli avvertimenti lanciati dai tanti esperti convinti che le misure adottate non faranno che peggiorare la situazione. Ciò è tanto più incomprensibile laddove si consideri che il fallimento di programmi che impongono grandissimi sacrifici a milioni di cittadini farebbe sprofondare l’economia in una crisi ancor più grave, e il probabile rafforzamento delle misure di austerità rischia di far esplodere rivolte sociali in tutto il continente. Non è fantapolitica, visto che gli scontri ad Atene e a Londra di questa estate hanno mostrato ciò che potrebbe accadere in futuro. Il fatto è che l’allarme sembra giustificato: le misure anticrisi sono state elaborate dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, ovvero due istituti accomunati dalla funzione di assicurare la stabilità finanziaria, indipendentemente dalla crescita economica, che è il vero motore della creazione di posti di lavoro.
È vero che la crisi europea nasce dalla sfiducia dei mercati internazionali in merito alla capacità della Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e l’Italia di sostenere il peso del proprio debito pubblico, ragion per cui la tenuta del fragile equilibrio dipende dalla solvibilità di questi paesi. Allo stesso tempo, però, i tagli e le misure di austerità, se non accompagnate da norme che salvaguardino gli investimenti e alcune essenziali forme di tutela sociale, finiranno per disincentivare le attività imprenditoriali e i consumi delle famiglie. Dal momento che la riduzione della spesa pubblica impedirà agli Stati di sostituirsi alle prime e di sostenere i secondi, il risultato sarà un ciclo depressivo, che condannerà l’Europa a una lunga fase di recessione.
L’attenzione si sposta dunque sulle soluzioni proposte per affrontare questa situazione, e da questo punto di vista arrivano segnali poco incoraggianti. Negli Stati Uniti Obama ha annunciato un piano da 447 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia, basato su un mix di tagli alle spese e di aumento della tassazione per i redditi elevati. Tuttavia, l’opposizione del Congresso controllato dai Repubblicani e la prossimità delle elezioni Presidenziali lasciano aperto più di un dubbio circa la reale implementazione di un progetto così ambizioso. Dalle primarie del Partito Repubblicano stanno infatti emergendo il governatore del Texas Rick Perry e, soprattutto, Michelle Bachmann, esponente di quel Tea Party secondo cui la crisi è dovuta ai limiti alle libere attività economiche imposti dall’eccessiva presenza dello Stato, per cui la soluzione è una ulteriore riduzione dell’intervento pubblico e un deciso taglio delle tasse ai redditi alti.
L’attenzione si sposta dunque sulle soluzioni proposte per affrontare questa situazione, e da questo punto di vista arrivano segnali poco incoraggianti. Negli Stati Uniti Obama ha annunciato un piano da 447 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia, basato su un mix di tagli alle spese e di aumento della tassazione per i redditi elevati. Tuttavia, l’opposizione del Congresso controllato dai Repubblicani e la prossimità delle elezioni Presidenziali lasciano aperto più di un dubbio circa la reale implementazione di un progetto così ambizioso. Dalle primarie del Partito Repubblicano stanno infatti emergendo il governatore del Texas Rick Perry e, soprattutto, Michelle Bachmann, esponente di quel Tea Party secondo cui la crisi è dovuta ai limiti alle libere attività economiche imposti dall’eccessiva presenza dello Stato, per cui la soluzione è una ulteriore riduzione dell’intervento pubblico e un deciso taglio delle tasse ai redditi alti.
Nel quadro dell’interdipendenza economica globale, ciò che accade negli Stati Uniti ci interessa ancor di più se si considera che tali teorie si sono diffuse anche in Europa, seppur non tanto negli estremistici principi economici, quanto negli aspetti socio-culturali, fondati su una politica della paura e della promozione di ordine e sicurezza, di cui fanno le spese le fasce più a rischio della popolazione, dai lavoratori agli immigrati. Gli scandali di corruzione, che hanno minato la credibilità delle forze politiche tradizionali, hanno aperto la strada al successo dei movimenti xenofobi di destra in tutta Europa, e l’apatia della sinistra, incapace almeno dai tempi di Tony Blair di proporre un modello di convivenza e sviluppo alternativo, sta facendo il resto. In pratica, di fronte al fallimento politico, economico e socio-culturale di 30 anni di gestione ispirata ai principi neoliberisti della scuola di Chicago, che hanno mostrato la natura canaglia di un capitalismo libero da ogni forma di controllo e regolamentazione, la risposta che si sta facendo strada è quella che propone ancor meno regole e solidarietà.
I principali governi europei, in primis quello tedesco che si oppone strenuamente alla creazione di meccanismi di gestione comunitaria della crisi, non sono di aiuto. Eppure proprio il rilancio del processo di integrazione, che rimedi alla creazione di una moneta comune senza la previsione di un governo unico dell’economia, sembra in questo momento l’unica via di uscita. Un’Europa politica che sia in grado di elaborare una strategia di crescita nel quadro di un sistema di welfare comunitario, che preveda la gestione congiunta delle crisi e ne rimuova le cause strutturale stabilendo meccanismi di regolamentazione finanziaria. Un’Europa che superi il deficit di legittimità democratica e sia finalmente capace di generare un senso di identificazione tra i suoi cittadini. Non si tratta certamente di un percorso facile, tuttavia vale la pena ricordare che la dimenticata Strategia di Lisbona ha fissato più di dieci anni fa i principi sui quali dovrebbe basarsi un competitivo sistema di welfare comunitario, e che le grandi crisi offrono storicamente le migliori opportunità per avviare i cambiamenti epocali. Un consiglio per la sinistra europea: se l’Europa è stata l’intuizione di una illuminata elite conservatrice, intenzionata a impedire nuove guerre tra i paesi del continente, la spinta per la definitiva integrazione politica e sociale potrebbe rappresentare la frontiera e l’obiettivo capace di rilanciare le nostre agonizzanti forze progressiste.
Carlo Marcotulli
I principali governi europei, in primis quello tedesco che si oppone strenuamente alla creazione di meccanismi di gestione comunitaria della crisi, non sono di aiuto. Eppure proprio il rilancio del processo di integrazione, che rimedi alla creazione di una moneta comune senza la previsione di un governo unico dell’economia, sembra in questo momento l’unica via di uscita. Un’Europa politica che sia in grado di elaborare una strategia di crescita nel quadro di un sistema di welfare comunitario, che preveda la gestione congiunta delle crisi e ne rimuova le cause strutturale stabilendo meccanismi di regolamentazione finanziaria. Un’Europa che superi il deficit di legittimità democratica e sia finalmente capace di generare un senso di identificazione tra i suoi cittadini. Non si tratta certamente di un percorso facile, tuttavia vale la pena ricordare che la dimenticata Strategia di Lisbona ha fissato più di dieci anni fa i principi sui quali dovrebbe basarsi un competitivo sistema di welfare comunitario, e che le grandi crisi offrono storicamente le migliori opportunità per avviare i cambiamenti epocali. Un consiglio per la sinistra europea: se l’Europa è stata l’intuizione di una illuminata elite conservatrice, intenzionata a impedire nuove guerre tra i paesi del continente, la spinta per la definitiva integrazione politica e sociale potrebbe rappresentare la frontiera e l’obiettivo capace di rilanciare le nostre agonizzanti forze progressiste.
Carlo Marcotulli

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