venerdì 25 novembre 2011

Tolleranza zero

“Quando lei dice no, vuol dire no. Zero. NON CI SONO SCUSE”.“Date la colpa alle donne. Date la colpa al bere. Date la colpa al tempo. Zero. NON CI SONO SCUSE”.“ Due donne su cinque subiscono violenza sessuale o stupro. NON CI SONO SCUSE”.

Comparvero ovunque a Edimburgo, sui muri, in televisione, negli uffici.  Era“Tolleranza Zero”, la prima campagna sociale a servirsi dei mass media per sfidare la violenza maschile contro donne e bambini, si presupponeva che contro di loro non fosse mai accettabile nessuna forma di sopruso. Irwine Welsh ne ha preso spunto per scriverci sopra un libro, parlava di uno stupro e del senso di colpa dello stupratore.
 
Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio Militare. Condotte in un luogo nascosto furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. L’assassinio è ricordato come uno dei più truci della storia dominicana. In Italia solo dal 2005 diversi Centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata (che esiste dal 2000), il cui scopo è l’eliminazione di tutte le forme di abuso sulle donne  attraverso  il riconoscimento a livello internazionale, regionale e locale della violenza di genere come violazione dei diritti umani.
 
Nel 2007 l’ISTAT ha condotto un’indagine sui soprusi e i maltrattamenti  dentro e fuori la famiglia in Italia. I risultati parlano di 6,7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ( il 31,9% in questa fascia di età) che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita,  7,1 milioni hanno subito o subiscono violenza psicologica e 2,7 milioni sono stati sottoposti a comportamenti persecutori (stalking). Il 69,7 % degli stupri è opera di un partner ex o attuale, il 17,4 % di un conoscente e solo il 6,2 % è da parte di estranei. La misura del sommerso è agghiacciante: 2,9 milioni di donne hanno subito aggressione fisica o sessuale da marito o compagno, ma solo il  18,2%  considera la violenza in famiglia un reato, il 45,2%  di loro non ne parla con nessuno e il 93%  degli abusi causati da un partner non vengono denunciati.
 
Lo scorso marzo, il Parlamento Europeo ha approvato una Relazione sulla violenza di genere in Europa, nella quale sono formulate una serie di proposte, in relazione soprattutto ai maltrattamenti fra le mura domestiche. Ma in questo periodo di forte crisi economica, questi temi non sono una priorità, né a livello europeo, né italiano.
 
In chiusura, piccola opinione personale. La violenza non è solo terribile, è anche un linguaggio. Un modo di comunicare che si apprende facilmente, soprattutto se si è bambini. Spesso si impara che chi urla ha ragione.  La battaglia è prima di tutto culturale e passa attraverso il rispetto, nei grandi e nei piccoli gesti. Rispetto di idee e azioni. Non ci sono scuse, e quando lei dice no è no. Anche se l’altra persona è il marito, il fidanzato, il compagno. Ma soprattutto, non è MAI (e ripeto mai cento volte), colpa di una donna.
 
Q.

mercoledì 16 novembre 2011

La fine di niente

È finita. Così per lo meno sembra. Le promesse-minacce di Berlusconi, con le dimissioni ancora calde sul tavolo di Napolitano, non fanno sperare troppo bene. Non si è levato in vent'anni dopo numerose sconfitte, perché dovrebbe farlo ora? E così avverte e ammonisce che, nonostante non cercherà più ruoli istituzionali (nemmeno la presidenza della Repubblica?), continuerà a occuparsi di politica.
Ci sono alcuni aspetti che, malgrado tutto, è il caso di sviscerare. In primis, il misterioso successo di un uomo che per vent'anni è stato, tra alti e bassi, alla guida dello Stato. Spesso mi sono chiesto come ciò fosse possibile. A conti fatti, in vent'anni, non è rintracciabile una riforma qualsiasi del tanto millantato stampo liberale, o un'azione decisiva sulla società. Tutto quello che i governi Berlusconi hanno compiuto è stato progettato e realizzato per una cerchia ristretta di persone, tra queste manovre spiccano i vari condoni e scudi fiscali, la depenalizzazione del falso in bilancio e l'attacco alla magistratura (l'unico potere davvero libero del nostro paese).
A conti fatti, tracciando un'ipotetica tabella con i pro e i contro, non saprei davvero che cosa mettere sotto la prima voce. Chiedo per favore a qualche berlusconiano di indicarmene almeno uno, che non sia quella spaventosa (e dannosa) pagliacciata dell'ICI sulla prima casa (una delle poche tasse eque del nostro sistema tributario, tra l'altro).
Avevo circa 10 anni la prima volta che sentii il nome di Berlusconi e di Forza Italia, allora mi sembrò uno slogan in favore della nazionale di calcio. Non sapevo ancora che ben poco ero andato lontano dalla realtà. La destra di Berlusconi è una squadra di calcio. Lo è, a dire il vero, tutta la politica. L'italiano, in genere, nasce in un contesto di cui accetta tutti i dogmi, tra cui l'orientamento politico, ne fa una fede, un elemento imprenscindibile della propria identità. Essere di destra e di sinistra è identico al tifare una squadra di calcio: non importa se gioca bene o male, se piace o meno l'allenatore, l'"amore" per i colori vieni prima di ogni giudizio. Questo va bene finché si rimane nell'ambito calcistico, nel caso della politica, invece, si tratta di un atteggiamento dannoso. Il giudizio viene meno. Significa che viene a mancare proprio la facoltà che secondo Aristotele era fondante dell'essere umano: la ragione.
Ecco dunque nelle piazze il tifo per questo o quel politico, e chi se ne frega di quello che combina realmente. Berlusconi è stato difeso a priori, sempre e comunque.
Non è da mettere in dubbio, nell'autopsia del carrozzone berlusconiano, anche il ruolo (negativo) della sinistra e della rinverdita caccia alle streghe comuniste tipiche del primo periodo di Berlusconi, ritornato in auge negli ultimi anni, quando i "rossi" furono (casualmente) identificati con i magistrati. Amore contro odio, sfondo azzurro e sfumato contro luridume e ambiguità dei costumi, sorrisi rassicuranti contro burberi cipigli di demagoghi.
Per vent'anni siamo stati vittima di una pubblicità, di una televisione. Berlusconi ha ricilcato se stesso e la sua gente per due decadi nella stessa maniera Madonna in cui si ricicla ad ogni lustro e ad ogni nuovo brano. Si tratta di cambiare la crosta, ma la sostanza è la stessa. È penoso constatare, a questo riguardo, la scarsa capacità del popolo italiano di andare a fondo della questione, andare oltre, cioé, al cerone, allo sfondo azzurro, agli slogan liberal-cattolici, ai capelli tatuati in testa.
La superficialità piace agli italiani, piace la finzione e l'ostentazione, ama essere rassicurato e non invischiarsi troppo nelle cose. Gli piace la televisione, lo zapping, il mutamento, il rapido susseguirsi di biscottini mediatici che non permettono di prendersi un sano quarto d'ora per riflettere su quello che si è appena ingurgitato. Piace all'italiano lo slogan e la frase ad effetto come nei libri di Fabio Volo, brevi sentenze degne di essere trascritte sul diario di una quattordicenne, costruite per suscitare una reazione emotiva immediata, ma che, grattando appena la superficie con l'unghia, rivelano tutta la loro vacuità e insulsaggine, nel caso migliore solo una grande banalità (e ci sarebbe da riflettere sul meccanismo di come si possa edificare un enorme successo su simili procedimenti).
Berlusconi se ne va? Non il suo carrozzone (e nemmeno lui, a meno che non sia su un aereo per Aruba). Passa Letta in televisione e il mio gatto gonfia il pelo e sbarra gli occhi... così faccio anch'io. Rifiuta la vicepresidenza? Non mi rassicura per nulla, perché è sempre lì, e lo sarà anche dopo. Se non ci sarà lui, ci sarà un altro "uomo di Sua Santità" a controllare come un vero "Osservatore Romano".
Bene, cambia la guida, dunque. Formigoni sancisce la situazione della politica rispondendo ai "buffone", "in galera", alzando il dito medio alla folla (ma un po' di sana autocritica? Un po' di introspezione? Qualcuno s'è chiesto perché si arriva a tanto?). Il vero pericolo è nel dito medio di Formigoni, un dito che risponde in modo perentorio alle richieste di cambiamento e agli urli di esasperazione da sfogare di molti italiani scesi in piazza a Roma (e molti avrebbero voluto essere con loro). "Volete cambiare il paese? Volete cambiare i politici? Volete forse che si faccia qualcosa per la gente, che tutti noi ci mettiamo da parte per fare spazio a voi pezzenti? Pensate davvero che la terza Repubblica sarà qualcosa di diverso dalla seconda e dalla prima? Credete voi che la politica sia fatta per voi e per il vostro bene? Ecco, io sono la risposta. Io sono da questa parte della barricata, e voi dall'altra", dice il dito di Formigoni. E da qualche parte, ci scommetto, D'Alema sorride...

Alessandro Bardin

mercoledì 26 ottobre 2011

Chi ha paura del Lavoro Nero?


Quando si è piccoli talvolta si subisce il benevolo terrorismo psicologico da parte dei parenti più stretti: “Mangia, altrimenti arriva l'Uomo Nero!”, “Se non vai subito a dormire chiamo l'Uomo Nero!”. Dopo anni di ricerche in armadi, dopo aver perlustrato ogni palmo di superficie nascosta della mia camera, ho capito che la presenza malefica che mi terrorizzava o non gradisce la mia compagnia o, come fanno molti, viene in Italia solo per fare le ferie.
Ho passato così la mia giovinezza serenamente e ho studiato. Ho studiato più di quanto pensassi. Mi sono affacciato alla vita. All'improvviso però è cambiato tutto e le mie paure sono prepotentemente ritornate. Dal mio armadio e da sotto il letto sono spuntate due figure misteriose e affascinanti. La prima ha detto di chiamarsi Lavoro Nero. Mi ha offerto soldi, soldi e basta. La seconda più timida, magari anche perchè straniera. Ha detto di chiamarsi Stage e mi ha offerto esperienza, conoscenze e anche una piccola somma di denaro. Entrambe mi hanno fatto promesse, mi hanno fatto pregustare l'indipendenza economica grazie ad un lavoro ben retribuito e soddisfacente. Ho ceduto alle lusinghe, lo ammetto. Mi sono fatto convincere dai soldi e dalla possibilità di costruirmi un futuro. Sono stato uno stolto.
In seguito ho scoperto che questi due personaggi mi hanno fornito false generalità.

Lavoro Nero non è altro che Lavoro Irregolare. Ho indagato e scoperto diverse cose sgradevoli.
Egli ha violato diverse prescrizioni legali quali l'evasione completa o parziale delle tasse di diritto pubblico, non registra le proprie vittime agli Istituti Previdenziali (INPS, INAIL, ENPALS, ecc.) e oltre ad eludere il diritto fiscale, elude il diritto delle assicurazioni sociali, il diritto della concorrenza e il diritto in materia di stranieri.
Ho scoperto inoltre che è stato, di rado, anche condannato al pagamento di pene pecuniarie. La legge n. 248 del 2006, in particolare all’art. 36 bis “Misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e per la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro”, prevede una sanzione amministrativa dai 1.500 ai 12.000 Euro se egli viene colto in flagranza di reato, con una maggiorazione di 150 Euro per ogni giorno effettivo e provato nel quale Lavoro Irregolare ha praticato le sue funzioni truffaldine.
Io comunque l'ho visto attivo e in buona salute. Evidentemente se la passa bene e nessuno è interessato al suo operato.
Stage invece ha diverse identità. Io la prima volta ho conosciuto quella francese. Egli è tutelato dalla legge transalpina e prevede una retribuzione stabilita al 30% del salario minimo applicabile sull'orario di lavoro settimanale di 35 ore (lunedi-venerdi) per un importo di 417,09 Euro al mese. Ho preso un appuntamento con Stage e mi si è presentato Tirocinio Formativo, quello italiano. Si sfregava le mani. Mi ha detto: “Se vuoi puoi venire con me. In teoria devi fare queste ore ma non ti posso assicurare nulla. In teoria dovresti avere queste mansioni, ma sai le esigenze aziendali... in teoria dovresti prendere questi soldi ma non so se e quando potrò darteli. Accontentati, devi fare esperienza. Ah una cosa. Se non vuoi non ti preoccupare. Ho sotto mano un elenco di migliaia di persone. Sai di chi parlo. Morti di fame, di futuro e indipendenza economica come te. Per me sei solo un numero, quindi se non te la senti nessun rancore. Un'ultima cosa. Sono tutelato dalla legge perchè la legge in realtà è poco chiara e addirittura non pretende quasi nulla da me. Se per caso volessi far valere i tuoi pochi diritti sappi che conosco persone che mi proteggono e mi proteggeranno da qualsiasi tuo tentativo di avere giustizia.”
Tirocinio Formativo aveva ragione. Ho accettato di seguirlo. Difficilmente incontrerò persone così sincere nella mia vita.

Marco Barbato

domenica 16 ottobre 2011

La Grande Crisi: i Perdenti. . .

In Italia e in Europa suona la sirena del Giorno del Giudizio. “A meno che non sia rimbambito, non suonava da quasi tre anni, ormai”. La geniale gag di Nonno Simpson è perfetta per sdrammatizzare l’attuale situazione, ed offre altresì lo spunto per inquadrare i recenti sviluppi economico-sociali in un contesto di lungo periodo. Prima di nascondere i risparmi sotto il cuscino e contare i giorni che mancano al 21 dicembre del 2012, è infatti utile ricordare che non siamo di fronte alla prima grande crisi internazionale, e che queste storicamente portano a grandi trasformazioni politiche, economiche e sociali, alla redistribuzione di ricchezza e potere tra i vari paesi del mondo e alla nascita di nuovi equilibri sistemici. In altre parole, ogni crisi si conclude sempre con dei vincitori e dei perdenti. Dal nostro punto di vista, il problema è che stavolta l’Occidente è il principale candidato a far parte della seconda categoria.
La crisi esplosa in seguito al crollo del settore immobiliare statunitense nel 2008 ha raggiunto un nuovo picco con la tempesta finanziaria abbattutasi quest’estate sull’economia europea. Per la prima volta sono emersi dubbi circa la sopravvivenza dell’Unione Europea e della moneta unica, e per riportare i bilanci sotto controllo quasi tutti i paesi dell’eurozona sono stati costretti a ricorrere a misure di emergenza, basate su consistenti tagli alla spesa pubblica, privatizzazione di numerose attività e servizi, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e aumento delle tasse. Ciò ha scatenando le proteste dei giovani, tra i più penalizzati da tali misure, che a milioni hanno occupato le piazze di Londra e Atene fino a Madrid. Fuori dall’Europa, la crisi ha messo in discussione persino la leadership economica mondiale degli Stati Uniti, le cui perduranti difficoltà vanno ben oltre il discutibile declassamento del debito ad opera dell’ancor più discutile agenzia di rating Standard & Poor’s.
Se sui media (tranne Rai e Mediaset) è possibile trovare autorevoli analisi sulle cause strutturali della crisi, lo stesso non si può però dire per gli avvertimenti lanciati dai tanti esperti convinti che le misure adottate non faranno che peggiorare la situazione. Ciò è tanto più incomprensibile laddove si consideri che il fallimento di programmi che impongono grandissimi sacrifici a milioni di cittadini farebbe sprofondare l’economia in una crisi ancor più grave, e il probabile rafforzamento delle misure di austerità rischia di far esplodere rivolte sociali in tutto il continente. Non è fantapolitica, visto che gli scontri ad Atene e a Londra di questa estate hanno mostrato ciò che potrebbe accadere in futuro. Il fatto è che l’allarme sembra giustificato: le misure anticrisi sono state elaborate dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, ovvero due istituti accomunati dalla funzione di assicurare la stabilità finanziaria, indipendentemente dalla crescita economica, che è il vero motore della creazione di posti di lavoro. 
È vero che la crisi europea nasce dalla sfiducia dei mercati internazionali in merito alla capacità della Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e l’Italia di sostenere il peso del proprio debito pubblico, ragion per cui la tenuta del fragile equilibrio dipende dalla solvibilità di questi paesi. Allo stesso tempo, però, i tagli e le misure di austerità, se non accompagnate da norme che salvaguardino gli investimenti e alcune essenziali forme di tutela sociale, finiranno per disincentivare le attività imprenditoriali e i consumi delle famiglie. Dal momento che la riduzione della spesa pubblica impedirà agli Stati di sostituirsi alle prime e di sostenere i secondi, il risultato sarà un ciclo depressivo, che condannerà l’Europa a una lunga fase di recessione.
L’attenzione si sposta dunque sulle soluzioni proposte per affrontare questa situazione, e da questo punto di vista arrivano segnali poco incoraggianti. Negli Stati Uniti Obama ha annunciato un piano da 447 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia, basato su un mix di tagli alle spese e di aumento della tassazione per i redditi elevati. Tuttavia, l’opposizione del Congresso controllato dai Repubblicani e la prossimità delle elezioni Presidenziali lasciano aperto più di un dubbio circa la reale implementazione di un progetto così ambizioso. Dalle primarie del Partito Repubblicano stanno infatti emergendo il governatore del Texas Rick Perry e, soprattutto, Michelle Bachmann, esponente di quel Tea Party secondo cui la crisi è dovuta ai limiti alle libere attività economiche imposti dall’eccessiva presenza dello Stato, per cui la soluzione è una ulteriore riduzione dell’intervento pubblico e un deciso taglio delle tasse ai redditi alti. 
Nel quadro dell’interdipendenza economica globale, ciò che accade negli Stati Uniti ci interessa ancor di più se si considera che tali teorie si sono diffuse anche in Europa, seppur non tanto negli estremistici principi economici, quanto negli aspetti socio-culturali, fondati su una politica della paura e della promozione di ordine e sicurezza, di cui fanno le spese le fasce più a rischio della popolazione, dai lavoratori agli immigrati. Gli scandali di corruzione, che hanno minato la credibilità delle forze politiche tradizionali, hanno aperto la strada al successo dei movimenti xenofobi di destra in tutta Europa, e l’apatia della sinistra, incapace almeno dai tempi di Tony Blair di proporre un modello di convivenza e sviluppo alternativo, sta facendo il resto. In pratica, di fronte al fallimento politico, economico e socio-culturale di 30 anni di gestione ispirata ai principi neoliberisti della scuola di Chicago, che hanno mostrato la natura canaglia di un capitalismo libero da ogni forma di controllo e regolamentazione, la risposta che si sta facendo strada è quella che propone ancor meno regole e solidarietà.
 
I principali governi europei, in primis quello tedesco che si oppone strenuamente alla creazione di meccanismi di gestione comunitaria della crisi, non sono di aiuto. Eppure proprio il rilancio del processo di integrazione, che rimedi alla creazione di una moneta comune senza la previsione di un governo unico dell’economia, sembra in questo momento l’unica via di uscita. Un’Europa politica che sia in grado di elaborare una strategia di crescita nel quadro di un sistema di welfare comunitario, che preveda la gestione congiunta delle crisi e ne rimuova le cause strutturale stabilendo meccanismi di regolamentazione finanziaria. Un’Europa che superi il deficit di legittimità democratica e sia finalmente capace di generare un senso di identificazione tra i suoi cittadini. Non si tratta certamente di un percorso facile, tuttavia vale la pena ricordare che la dimenticata Strategia di Lisbona ha fissato più di dieci anni fa i principi sui quali dovrebbe basarsi un competitivo sistema di welfare comunitario, e che le grandi crisi offrono storicamente le migliori opportunità per avviare i cambiamenti epocali. Un consiglio per la sinistra europea: se l’Europa è stata l’intuizione di una illuminata elite conservatrice, intenzionata a impedire nuove guerre tra i paesi del continente, la spinta per la definitiva integrazione politica e sociale potrebbe rappresentare la frontiera e l’obiettivo capace di rilanciare le nostre agonizzanti forze progressiste.

Carlo Marcotulli

sabato 1 ottobre 2011

Il primo Personal Computer e l’inizio della fine

Siamo in crisi… lo sappiamo tutti. Ormai ovunque si scrive di questo paese stagnante, senza crescita, sempre più indebitato, incapace di reagire.
Non c’è da stupirsi. L’Italia ricorda un vecchio artritico: immobile e privo di interesse per il futuro. Chi ne ha la possibilità accaparra non tenendo conto dello sviluppo della nazione. D’altra parte, si sa, ci sono i “Pochi” che spremono la vacca grassa finché non stramazza a terra sfinita. La vacca grassa siamo noi.
Questo sistema non è nuovo: va avanti con continuità da molti decenni. È quasi consolante nella sua costanza. Vediamo un esempio: la storia di una grande azienda distrutta da un atteggiamento che, per non essere volgare, definirò soltanto “miope”. Ovviamente, non è solo il fallimento di un "marchio", è anche il fallimento del sistema di questo paese.
L’Olivetti nasce il 29 ottobre 1908 e quasi da subito si impone sul mercato per le celebri macchine da scrivere. Quarant’anni più tardi produce la Divisumma-14, la prima calcolatrice scrivente che sancisce l’inizio dei grandi successi dell’azienda. Ma la vera svolta arriva sotto la guida di un illuminato Adriano Olivetti (figlio del fondatore). Ed è una storia curiosa, che oggi ha un vago sapore di eccentricità (limitatamente all’Italia, in quanto all’estero sarebbe nella norma). Che cosa combina questo imprenditore un po’ folle? Mette un annuncio sul giornale alla ricerca di “fisici, ingegneri, matematici e tecnici”; insomma, tutti quei laureati che oggi non riescono a impiegarsi nemmeno come bidelli. 
Con un atto estroso decide di assumerli e pagarli (atteggiamento che sembra sancire l’inevitabile fine di ogni impresa contemporanea), collaborando inizialmente con l’Università di Pisa. D’altra parte Olivetti è già famoso per il trattamento anomalo dei suoi dipendenti: «La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, circondati e avvolti dalla luce. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L'orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.» (da www.lastoriasiamonoi.rai.it)
Ci sono già troppe cose che sorprendono, senza contare gli affreschi di Guttuso e i concerti di Luigi Nono: gente con un contratto di lavoro e uno stipendio; rapporto università-lavoro; assunzione di perfetti sconosciuti. Ma non è finita! Ciò che più lascia sconvolti, è che Adriano Olivetti aveva un’idea… altro aspetto dell’industria che ha fatto la stessa fine del Dodo e della satira: si è estinto. Credeva che l’elettronica fosse il futuro, perciò ha deciso di investire (parola tabù) tempo e risorse su questa sua idea. Per il dinamismo, la lungimiranza e il circolo di intellettuali che la frequentavano, la Olivetti venne definita la “Atene degli anni Cinquanta”.
C'è da chiedersi se un simile comportamento l'abbia portato al fallimento. La risposta è: no. E qualcuno dovrebbe stupirsene.Grazie al suo team, guidato da Mario Tchou, l’Olivetti elabora, disegna e produce l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico completamente a transistor, presentato alla Fiera di Milano nel 1959. È un successone. Si tratta di un sistema innovativo (persino nel design) che garantisce l’espansione sul mercato internazionale dell’azienda.
Una frase di Tchou meriterebbe di essere scolpita in quei gerontocomi che sono Parlamento e Senato: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria».
Una serie di sventure mette in crisi l’Olivetti: nel 1960 muore Adriano e la crisi generale aggrava la situazione finanziaria (resa ancora più difficile da dissidi familiari).
Viene così il momento per l’intervento dall’esterno: l’Italia ci mette la zampa, come un re Mida al contrario… Lo Stato (cioè i partiti, soprattutto la DC) pensa bene che non valga la pena sostenere l’Olivetti. Entrano allora in scena i grandi imprenditori con il Gruppo d’intervento, formato da: Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI, La Centrale.
Memorabili rimarranno nella storia le parole di Vittorio Valletta (presidente Fiat e poi senatore a vita): “La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico”. È così che il reparto più produttivo e innovativo della Olivetti viene venduto alla General Electric.
Non è finita. Nel 1965, quel 25% della Divisione Elettronica ancora di proprietà italiana presenta il Programma 101, che non è nient’altro che il primo personal computer, in anticipo di circa un decennio sul resto del mondo. Alla fiera di New York del 65 il P101 dovette essere “nascosto” in quanto al reparto italiano era di competenza solo la “piccola elettronica”.
La nuova guida dell’azienda non ne capì le potenzialità. E pare fossero gli unici, considerata la folla che prese letteralmente d'assalto lo stand della Olivetti e che costrinse gli organizzatori della fiera a ridisegnare tutti gli spazi assegnati.
La General Electric prese il restante 25% dell’azienda. L’Italia salutò così un settore poco proficuo e senza futuro come quello dell’informatica…
Fine della favola.

Alessandro Bardin

domenica 4 settembre 2011

Vuoi sposarmi?

E così l’Empire State Building si colorò di arcobaleno. Un venerdì di fine giugno il governatore dello stato di New York ha detto sì, permettendo a migliaia di uomini e donne di dire sì a loro volta, coronando i propri sogni d’amore omosessuale.
Andrew Cuomo ha infati avallato la decisione del Senato dello stato di rendere legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso, diventando così il sesto stato, assieme a Connecticut, Iowa, Massachusetts, New Hampshire, Vermont e  il District of Columbia, in cui l’unione gay è ammessa.

Quattro senatori repubblicani hanno votato a favore della legge, diventando decisivi per l’approvazione. Uno di loro, Mark Grisanti, ha detto:

"Chiedo scusa a coloro che si sentono offesi. Ma non posso negare a un essere umano, a un contribuente, a un lavoratore, alla gente del mio collegio e di questo stato, lo stato di New York, e a coloro che lo rendono grande gli stessi diritti che ho assieme a mia moglie".

In America sono dieci anni che imperversa la battaglia sui matrimoni omosessuali, diventati un punto di scontro tra due culture e due visioni etiche alla pari dell’aborto. La legalizzazione ha conosciuto avanzate e battute d’arresto, tra voti nelle assemblee legislative degli stati, referendum e sentenze dei tribunali.
 Barack Obama, pur senza pronunciarsi, si è dimostrato cautamente possibilista: nel febbraio 2011 ha ordinato al suo dipartimento di Giustizia di non difendere più il Marriage Act, (legge approvata nel 1996 che legittima e concede valore ed equiparazione legale unicamente ai matrimoni tra uomini e donne), di fronte ai ricorsi in tribunale. Per la prima volta il governo federale si mette in una posizione di non interferenza.

In Europa e nel mondo, la questione sui matrimoni omosessuali è aperta e complessa, soprattutto sul punto riguardante la possibilità di adottare bambini .
In linea di massima, scrive Dan Fastenberg sulla rivista “Time”, il riconoscimento del matrimonio tra omosessuali si è affermato meglio nei paesi con sistemi giuridici che derivano dal diritto romano.

I paesi in Europa che hanno legalizzato le nozze gay sono sette, molti però riconoscono in qualche forma comunque le unioni. I Paesi Bassi sono stati, nel 2001, la prima nazione a consentire il matrimonio tra omosessuali, mentre persone dello stesso sesso si possono sposare in Norvegia, Islanda, Finlandia e Svezia, in quest'ultimo paese pure in chiesa (unico al mondo). In Spagna dal 2005 è consentito sia il matrimonio, sia l’adozione, mentre in Portogallo da aprile è possibile il matrimonio (non l’adozione).
Per quanto riguarda le unioni civili, la Danimarca è stato il primo paese al mondo ad autorizzare, nel 1989, il matrimonio civile (partenariato registrato) tra omosessuali, i quali non possono però ricorrere all'inseminazione artificiale né adottare. In Germania nel 2001 il "contratto di vita comune" garantisce alle coppie omosessuali diritti simili a quelli del matrimonio, in Francia, dal 1999, la legge  ha adottato i Pacs, le unioni civili per le coppie etero e omosessuali. Non ammesse invece le eredità e le adozioni. Nel Regno Unito, dal 2005, il "partenariato civile" garantisce alle coppie gay diritti pressoché identici rispetto a quelle etero in materia d'eredità, impiego e pensioni. In Ungheria le coppie dello stesso sesso sono riconosciute come "amanti", ma è esclusa l'adozione. In Croazia "Reciproco sostegno" e diritto all'eredità sono garantiti alle coppie omosex da una legge adottata nel 2003.
Al di là dell’oceano, Canada e Argentina (primo paese in america latina) riconoscono per legge i matrimoni gay,  in Nuova Zelanda le coppie hanno gli stessi diritti ma il matrimonio è concepito solo tra uomini e donne. In Africa invece gran parte degli stati considera reato penale l’omosessualità, solo il Sud Africa ha legalizzato nel 2006 le unioni civili.
In tutto il mondo, sono quindici gli stati (considerati i sei negli USA) in cui è consentito per legge il matrimonio gay, mentre sono una ventina le nazioni in cui è possibile ricorrere alle unioni civili.
Fra questi paesi, non compare l’Italia.

[Q]

domenica 31 luglio 2011

Riflessioni su Libia e dintorni - Parte II

Quali sono, dunque, le reali problematicità della cosiddetta Primavera Araba? Rispondere a questa domanda ci riporta ai fatti recenti, in particolare a due aspetti. Innanzitutto, la Tunisia e l’Egitto, dove la nuova fase politica è iniziata quasi senza spargimenti di sangue, sono accomunati dal fatto di avere una lunga tradizione statale, un senso di identità nazionale abbastanza radicato, e un’istituzione, l’esercito (in Marocco è la monarchia), rappresentante e garante di questa unità, che non a caso si è posto alla guida del processo di transizione. Questo non vale per la Libia, la Siria e lo Yemen, creazioni dell’epoca coloniale, in cui le potenze europee hanno riunito tribù e gruppi sociali diversi, da allora in competizione per il controllo delle istituzioni. In questi contesti, la perdita del potere da parte del gruppo al comando è una questione di vita o di morte, dal momento che dal potere passa l’accesso alle scarse risorse del paese. Così si spiegano le violenze interetniche esplose tra le tribù della Cirenaica (i ribelli di Bengasi) e della Tripolitania (i fedelissimi di Gheddafi), tra i diversi gruppi sciiti opposti alla famiglia Assad in Siria (paese oltretutto a maggioranza sunnita), e tra sostenitori ed oppositori del Presidente yemenita Saleh. La spirale di violenze avviata dalla repressione di Saleh e da Assad (e da Gheddafi prima del necessario ma mal organizzato intervento della Nato), mostrano che in Medio Oriente e nei paesi del Golfo si giocherà una partita molto più complicata, di cui non è possibile ipotizzare né determinare la soluzione (casomai qualcuno ipotizzasse davvero un coinvolgimento della Nato al di fuori della Libia).
Un secondo elemento di incertezza circa lo sviluppo della situazione è rappresentato dalla posizione di Israele. Il governo di Tel Aviv è tra i più preoccupati dalle rivolte. Dietro le dichiarazioni di facciata a sostegno della democrazia, Israele sa di avere tutto da perdere da un cambio di governo in Siria, oltretutto dopo la caduta di Mubarak in Egitto e il recente ingresso di Hezbollah nella coalizione di governo libanese. Coi dittatori oggi in difficoltà, Israele ha infatti negoziato negli ultimi 30 anni uno status quo accettabile, grazie ad accordi formali, la pace con l’Egitto, e intese de facto, la non belligeranza con la Siria. L’avvento di nuovi governi rivoluzionari potrebbe rompere questo fragile equilibrio, come anticipato sia dalla decisione dell’esecutivo di transizione egiziano di aprire il Canale di Suez alle navi iraniane, che dalle provocazioni di Assad, che per esercitare pressioni ha permesso a gruppi di rifugiati palestinesi di raggiungere il confine israeliano e di ingaggiare battaglia con le forze di frontiera. Tel Aviv potrebbe dunque muoversi in funzione del mantenimento dello status quo.
Gli Stati Uniti potrebbero svolgere una importante funzione stabilizzatrice. Alla fine di maggio Barack Obama ha illustrato al Congresso le linee guida del la nuova politica americana nella regione. Le sue parole hanno evidenziato l’intelligenza di un Presidente rimasto coerente con il discorso all’Università del Cairo nel 2009 (quello che gli è valso il premio Nobel), quando aveva annunciato una nuova stagione di rapporti col mondo arabo, basata sul basso profilo statunitense e su una maggiore reciprocità. Non a caso, non una bandiera americana è stata finora bruciata nelle piazze arabe in rivolta, mentre molti paesi della Lega Araba hanno aderito alla missione della Nato in Libia. Ciò non toglie, comunque, che stavolta saranno gli stessi paesi arabi ad avere l’ultima parola su quelli che saranno i nuovi assetti regionali.

Carlo Marcotulli 

1 Fonti: CIA – The World Factbook e US Census Bureau – International Data Base