domenica 15 luglio 2012

Andata senza ritorno

Trenitalia potrebbe ambire a diventare simbolo dell’Italia. Chi non ha nella sua memoria un “viaggio della speranza” sopra vagoni che ricordano vagamente i carri per il bestiame? Quanti ricordano le interminabili attese sotto i cartelloni elettronici dove (troppo spesso) il nome del treno sparisce senza spiegazioni? Recentemente l’Emilia Romagna ha dato il ben servito all’azienda per la pessima gestione del “problema neve” di quest’inverno, segno che qualcosa non funziona.
Negli ultimi mesi sono due le vicende principali che hanno coinvolto Trenitalia. La prima risale al dicembre del 2011, e riguarda il licenziamento di 800 addetti alle cuccette per treni notturni. Causa di ciò è il cambio dell’azienda in subappalto che li gestisce.
Un'interrogazione parlamentare del 30 dicembre 2011 presentata da Antonio Di Pietro dice: "800 lavoratori della Servirail, Wasteels e Rsi (cuccettisti e manutenzione del servizio treni notturni) presenti su tutto il territorio nazionale e in particolare a Roma, Milano, Napoli e Torino, sono stati licenziati l'11 dicembre 2011 [...]. il 24 maggio 2011 Trenitalia ha modificato di fatto unilateralmente il contratto in essere con Servirail e Wasteels, anticipandone la scadenza". Trenitalia ha infatti rescisso l’accordo precedente in favore dell’azienda francese Veolia Transport. Alcuni degli ex dipendenti hanno protestato contro alcune irregolarità nel cambio dell’appalto e nella non trasparenza della stessa, nonché per il mancato riassorbimento del personale. A oggi, infatti, solo alcuni sono stati reintegrati (con altre mansioni e, a quanto si legge nella stessa interrogazione parlamentare, senza contratto regolare) all’interno dell’attuale società affidataria. Secondo il sindacato Fast Ferrovie (che ha dichiarato sciopero per i giorni del 19 e 20 luglio 2012) alcune mansioni saranno riservate a personale francese quando prima era di competenza di personale italiano. “Le Organizzazioni Sindacali hanno più volte richiesto un tavolo di confronto che potesse portare ad una soluzione condivisa, ma a tutt’oggi non vi è stata alcuna discussione di merito”. Continua il comunicato: “La frammentazione del settore ha comportato nel corso dell’ultimo triennio il moltiplicarsi delle società aggiudicatarie e affidatarie dei servizi erogati alle imprese ferroviarie, ciò ha avuto quale conseguenza la perdita di numerosi posti di lavoro, il ricorso massivo agli ammortizzatori sociali e il dumping contrattuale. La contrazione dei servizi e delle risorse ha inoltre acuito le difficoltà nel regolare pagamento delle retribuzioni”.
Il sindacalista Fast Ferrovieri accusa: “Il sindaco Piero Fassino si rifiuta di riceverci e l'assessore regionale ai Trasporti Barbara Bonino non ha fatto nulla di concreto per darci una mano".

Vicenda molto simile è quella delle 170 operatrici di call center di Trenitalia che sono state licenziate a giugno. Anche per loro il problema è da individuarsi nella società affidataria (Format Contact Center), motivo per cui Trenitalia respinge qualsiasi accusa. Intanto però le operatrici non hanno percepito lo stipendio degli ultimi due mesi di lavoro e, a seguito dello sciopero da loro organizzato, si sono ritrovate con i badge smagnetizzati, e quindi licenziate. Una manovra (se è vero quanto loro stesse hanno dichiarato in un’intervista) che ha alla base un concetto spaventoso: “scioperi e ti licenzio!”.
Almaviva, la società che subappaltava alla Format la gestione dei Call Center di Trenitalia, con il totale controllo della Tsf (Tele Sistemi Ferroviari S.p.A. - azienda italiana che opera nel campo dell'Information Technology, nata nel 1997 dalla Divisione Informatica delle Ferrovie dello Stato) ha deciso di puntare su nuovo personale ad assumere con contratti di apprendistato, dunque meno costosi dei precedenti. Le operatrici licenziate non saranno reinserite, in quanto sul loro Contratto nazionale non era presente la clausola di salvaguardia sociale che prevede, nel cambio di appalto, il riassorbimento dei lavoratori.
Se è possibile riscontrare un simile atteggiamento nel rapporto dipendente - datore di lavoro già negli anni passati, sembra che oggi (forse marciando con la parola passepartout "crisi") si stia aprendo un nuovo capitolo per i lavoratori italiani, in cui diritti e sicurezza vengono aboliti nell’ottica di un “bene dell’azienda”. Sembra, insomma, sia iniziato un viaggio senza ritorno certo.

AB

lunedì 9 aprile 2012

Via Dante dalle scuole!

Dopo essere stato esiliato dai suoi concittadini, Dante rischia di essere espulso anche dalle scuole. L’accusa arriva da Gherush92, organizzazione non governativa no profit per i Diritti Umani che ha ottenuto lo status di consulente speciale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). Secondo l'organizzazione il Sommo sarebbe il peggior prototipo di omofobo, razzista, antisemita e islamofobo. “Il problema è la cospicua presenza di contenuti antisemiti e razzisti nelle opere letterarie, artistiche, storiche e filosofiche”, si afferma nel comunicato, “Un esempio emblematico è la Divina Commedia”. 
Vediamo per punti.

DANTE ANTISEMITA
Il primo riferimento va all’“ebreo Giuda Iscariota”, e suscita indignazione il fatto che “Il canto XXXIV è una tappa obbligata di studio e gli allievi delle scuole ebraiche non sono certo esonerati dal programma […]. Studiando la Divina Commedia i giovani ebrei sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico; essi imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti”.
La cosa lascia perplessi. La base del problema, come sostengono gli stessi membri di Gherush92, sta nella tradizione cristiana che, avendo tra gli avvenimenti fondanti il tradimento di Giuda, è antisemita e razzista. Ora, credere che Dante potesse essere Saramago nel XIV secolo è un tantinello esagerato.
Senza entrare nel merito se Cattolicesimo e Cristianesimo siano razzisti nei confronti degli ebrei, mi limiterò a ricordare che la Chiesa Cattolica è un organo politico e che, in quanto tale, ha sapientemente sfruttato il terrore dell’eresia per stringere le file degli adepti e aumentare il controllo. Vorrei anche ricordare che Cristo sulla croce perdona i suoi carnefici… ma non siamo qui a parlar di teologia.
Sotto accusa (oltre a quelli che raffigurano Giuda in bocca a Lucifero) ci sono finiti questi versi:
Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte,
sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!
(Par. V, 73-81)
E sono stati definiti “un’anticipazione delle legge razziali di epoca fascista”. La volontà di aggredire Dante raggiunge qui livelli ossessivi se non proprio paranoici. Questi versi (con i precedenti e i seguenti) servono a Dante per delineare il comportamento corretto del buon cristiano che non deve abbandonarsi agli istinti (vedi “pecore matte”, che sarà ripreso nella terzina seguente con “agnel”), ma mantenersi saldo. L’ultimo endecasillabo si può parafrasare come segue: “Cosicché l’Ebreo (= straniero) che vive in mezzo a voi non possa deridervi (per il vostro continuo mutamento)”. È un razzismo, questo, da lasciare senza fiato!
Ma soprattutto: quanti lettori della Divina Commedia sono diventati nazisti? Forse anche Ramses II aveva letto la Commedia? Penso che qualcuno dovrebbe rivedere il significato del termine calunnia. 

DANTE OMOFOBO
L’anacronismo è un errore che consiste nell’attribuire persone, cose ed eventi a epoche diverse dalla loro. Pretendere una sensibilità contemporanea in un uomo del XIV secolo è anacronismo. Commettendo questo errore, i “critici” del Gherush92 continuano l’attacco al "Dante omofobo". Esiste, in effetti, il girone dei sodomiti. Ma si può parlare di omofobia? Non c’è traccia nell'intero Poema di quell’odio irrazionale che contraddistingue l’omofobia; né lo stile, né i commenti (del Pellegrino o di Virgilio), né la raffigurazione possono indurre a ritenere Dante un omofobo. Nella mondo ultraterreno da lui creato, il Poeta non mette in scena la “sua” visione, e non è lui che condanna. Anzi, il più delle volte lo vediamo costretto a constatare la punizione eterna di personaggi a lui molto cari, ammirati o che volentieri avrebbe salvato dal supplizio eterno. Esempi celebri sono Paolo e Francesca, il grande Farinata degli Uberti e Brunetto Latini che, guarda caso, si trova nel girone dei sodomiti.
È talmente “omofobo” il nostro Dante che, condannando Brunetto e i sodomiti, non lesina parole di grande affetto e stima per il suo vecchio maestro:
«Se fosse tutto pieno il mio dimando»
Rispuos’io lui, «voi non saresta ancora
De l’umana natura posto in bando;
ché’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna»
(Inferno XV, vv. 79-85)
Il finale del canto XV è poi proprio un gesto di vera tenerezza verso il “sodomita” Brunetto. Dante (autore e personaggio) rispetta la legge di Dio, ma non la comprende fino in fondo, e proprio in quei momenti scaturisce la sua grandezza poetica, quando si commuove per il triste destino degli uomini, così come per quello dei Grandi antichi che lui amava (primo fra tutti Virgilio) o i bambini non battezzati. Dov’è l’odio contro gli omosessuali? Contro il diverso? Dov’è il ribrezzo e l’accusa? Dante solo poche volte si indigna sul serio, ed è davanti ai vili, ai pusillanimi e ai corrotti. Mai, però, contro un uomo che abbia seguito il dettame del suo animo. 

DANTE ISLAMOFOBO
L’ultimo capo d’accusa è quello di essere islamofobo per aver rappresentato Maometto “scisso” in due nel canto XXVIII. Sempre tenendo conto dell’ottica della “legge di Dio”, il senso di questa particolare raffigurazione deve essere letta come “simbolo” di una “scissione” all’interno del mondo religioso e non come scherno o derisione, né tanto meno come prova di un disprezzo generalizzato. Se l’autore fosse stato davvero preda da un simile razzismo, non si capisce come mai ci siano solo brevi accenni e non accuse più costruite e invettive (che certo non ha risparmiato ai suoi concittadini). Il tono con cui affronta simili personaggi non differisce da quello usato per molti altri che diventano il “simbolo” di un mondo interiore.

CANCELLANDO PER PAURA…
La paura del gruppo Gherush92 è che questi contenuti “palesemente” (a detta loro) razzisti siano insegnati senza un filtro critico. Forse non hanno mai notato la sovrabbondanza di note e commenti che accompagna da sempre ogni riga della Commedia. Inoltre, qualche professore ha mai presentato la Divina Commedia come un testo sacro da cui attingere le verità morale? Si pretende che un lettore diventi un Cattolico ortodosso? Non lo credo proprio. Conosco moltissime persone che amano Dante e non sono nemmeno battezzate. Così non ho mai sentito di nessuno che, dopo aver tradotto il De rerum natura di Lucrezio si sia convertito all’epicureismo. Se leggo Hemingway devo diventare un cacciatore o un torero?
La letteratura non è propaganda. La letteratura (e l’arte in generale) non vuole convertire, ma offre una rappresentazione che, se compresa, amplia gli orizzonti e le possibilità conoscitive dell’uomo, sviluppandone la sensibilità e la ricchezza del suo  rapporto con il mondo.
Gherush92 si chiede: “Come evitare il senso di imbarazzo, frustrazione, umiliazione ed offesa che i versi di Dante veicolano? Come frenare l’istigazione all’odio che da tali versi emerge dirompente? […] E così Dante massacra gli ebrei “esteticamente” nelle terzine”. 
Dove, esattamente, Dante avrebbe “massacrato gli Ebrei”? Chissà come mai, ma il gruppo, nel suo commento, non cita nemmeno un verso che inciti all’odio, o che denigri gli ebrei o gli omosessuali. Non una sola volta è citato un nome collettivo a cui è affibbiato un epiteto denigratorio (che è poi l’essenza del razzismo). Non una sola volta Dante punta il dito contro una classe, o un gruppo, indicando in loro la causa del male o della corruzione. Chi ha studiato (e capito) Dante, sa bene che per lui le colpe non sono mai di nascita o condizione, ma sono interne all’uomo, e riguardano il rapporto del singolo con Dio.
Se dovessimo ascoltare il geniale consiglio del gruppo, incominceremmo a cancellare tutta la filosofia Scolastica dai programmi (la Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino è la base di lavoro di Dante). Ma perché non eliminare Catullo quando prende in giro gli omosessuali suoi conoscenti? Non trovano offensiva anche la Cappella Sistina? Un bel colpo di spugna e via! E la Passione secondo Matteo di Bach non è una pericolosa fonte di sovversione e razzismo? Forse sarebbe bene incarcerare tutti gli amanti di Bach, i peggiori sobillatori e terroristi che si conosca. Teniamo solo Moccia e Fabio Volo, loro sì che fanno sana letteratura! Portate via il premio Nobel a Ivo Andric e datelo subito all’esimio autore della Solitudine dei numeri primi. Questa sì che è arte! Ma se vogliamo essere corretti, bruciate il Testamento di Francois Villon, che mi sembra così irrispettoso contro tutto (e i preti in primo luogo), poi mettiamoci gli occhiali da sole e via a ballare in Costa Smeralda in questo bel mondo perbenista.

DANTE CONTRO LA PAURA DELL’UOMO CONTEMPORANEO
Concludendo, mi sembra che il gruppo, mosso da buone intenzioni, abbia un po’ esagerato. Se questa provocazione non ha solo scopo pubblicitario, allora c’è qualcosa da dire. Il rispetto dell’alterità non significa l’annullamento di se stessi o delle proprie tradizioni. Bisogna fare attenzione. Il massimo della tolleranza sembra qui coincidere con il massimo dell’autocensura.
L’odio per l’alterità nasce dalla paura, dalla non conoscenza, dalla miopia dell’uomo, e l’arte aiuta a superare queste diffidenze. L’odio germoglia all’interno degli strati sociali più bassi e culturalmente inferiori, tra gente che Dante non sa nemmeno chi sia e per i quali Beethoven è il cane di un film degli anni 90. L’odio, poi, è un’arma politicamente efficace per controllare le masse: trova il nemico, e il popolo si schiererà stretto attorno a te contro il comune antagonista. Forse, invece che disturbare Dante,  i membri del Gherush92 dovrebbe controllare il linguaggio dei nostri politici e dei programmi televisivi, degli spettacoli spazzatura eccetera.
La letteratura, e Dante per primo, è amore, non odio. “L’amor che move il sole e l’altre stelle” non mi sembrano parole di un uomo che inneggi al massacro di altri esseri umani. Mi sembra invece che in quest’epoca in cui abbiamo terrore di tutto, la soluzione più sensata che alcuni vedono sia la neutralità: non pensare, non avere un credo né un’idea per paura di urtare qualcuno. L’uomo “nuovo” è un uomo insipido, vuoto, leggero, da fast food, da zapping e da social network, un uomo che risponde a tutto “massì, vabbeh”, che non si stropiccia la maglietta, che separa i calzini nell’armadio. È un uomo polistirolo che non dà fastidio a nessuno.
L’inferno dantesco non ha mai scatenato la guerra, perché studenti e professori sanno che si tratta di una “rappresentazione del mondo medievale”, postilla con cui di solito inizia ogni lezione su Dante, ma forse i gherushini erano assenti quel giorno, infatti sono solo loro a crederci; insomma, come diceva il buon De André: “l’Inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

Alessandro Bardin

giovedì 29 marzo 2012

I bambini rom picchiano i bambini

Se avete cinque minuti di tempo andate a leggere una cosa. Il 20 aprile 2011 sul sito “Leggo Italia” viene pubblicato un articolo intitolato “Catanzaro, preso a pugni a sette anni da 2 bimbi rom”.  Riassumendo in breve la vicenda, si racconta di Cristian, ragazzino di sette anni ricoverato in ospedale dopo una lite avuta con alcuni suoi coetanei Rom. Il fatto è accaduto nell’istituto comprensivo di Casalinuovo, scuola posizionata nella periferia sud della città, fra i quartieri di Aranceto e Corvo. I genitori hanno deciso di fare causa alla scuola in quanto, al momento della lite, l’insegnante non era presente.
Ora, a tutti sarà capitato da piccoli di bisticciare con qualche vostro compagno, oppure di vedere coetanei picchiarsi e morsicarsi per facezie. Nessun giornale ha mai speso una riga su di voi o su vostri amici, giustamente. In questo caso si può pensare che, vista la gravità delle condizioni in cui versava il bambino, il fatto meritava alcune righe, quantomeno per sottolineare come la trascuratezza e la mancanza di vigilanza da parte di insegnanti e bidelli possa portare, in alcuni sfortunati episodi, a conseguenze gravi.

Ma l’articolo sembra avere altri obiettivi. L’autore (di cui è ignoto il nome)  si concentra sulla nazionalità dei due bimbi, specificando che: i rom spacciano, ed è diventato un problema per tutto il quartiere; i genitori rom dei bambini rom sono pregiudicati; a questo aggiungete la ripetizione diffusa della parola “rom”. La povertà e la condizione di insicurezza del quartiere, che in qualche modo si intravedono nell'articolo, sono però relazionate alla presenza degli zingari, i quali "spacciano, sono pregiudicati, hanno i figli che mandano all'ospedale i nostri bambini...". C'è un rapporto di causa effetto quindi fra la presenza di rom e il degrado.
Ma quindi, vi chiederete forse voi, la redazione di Leggo Italia è composta da xenofobi? Non credo, purtroppo la risposta però può essere altrettanto semplice: la paura, anche nel mondo della comunicazione, fa vendere copie e porta soldi. E sotto questo punto di vista, “gli zingari” sono un vera e propria miniera di soldi.

[Q]

lunedì 12 marzo 2012

La via per uscire dalla crisi: una ricetta dall’Islanda

A furia di ripetercelo, anche noi ci siamo convinti che in una situazione di crisi generale (e mondiale) la cosa più giusta da fare è seguire la via dell’austerity greca, cioé spalmare il debito sulla popolazione, allungare la manina nelle tasche della gente che, a conti fatti, non ha neanche ben capito da dove arrivi questa crisi.
Quello dell’Islanda potrebbe essere un buon esempio per mostrare come le cose non stanno necessariamente come si dice. Peccato che i telegiornali e i principali quotidiani non ne abbiano praticamente parlato. Ecco allora in breve la storia.
L’Islanda, come molti paese europei, è uscita da un lungo periodo di crescita economica (durato 15 anni) che l’aveva portata ad essere tra le nazioni più ricche al mondo. Seguendo fedelmente un modello economico di “neoliberalismo puro”, nel 2001 prese il via un processo di privatizzazione delle banche. Queste, per attirare investimenti stranieri, puntarono su un programma denominato IcsSave che prevedeva conti online con cui era possibile abbassare i costi di gestione e aumentare i tassi di interesse.
A farsi attirare da questo sistema furono soprattutto i “vicini” inglesi e olandesi. Se in principio questo sistema portò a un generale aumento del capitale, sul lungo periodo provocò anche un aumento del debito estero che nel 2007 raggiunse una cifra pari al 900% del PIL nazionale. La crisi dei mutui subprime (2008) coinvolse anche le banche islandesi, facendo precipitare la situazione; Landbanki, Kapthing e Glitnir, le tre maggiori banche dell’Islanda, fallirono. Unica soluzione fu quella di ri-nazionalizzarle e quindi assumersene il debito (a tal proposito, lo scrittore islandese Einar Már Gudmundsson sostenne che “gli utili sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”). Questo processo portò all’inevitabile svalutazione della moneta nazionale rispetto all’euro (- 85%), e l’Islanda fu costretta a dichiarare banca rotta.
Il FMI (Fondo Monetario Internazionale), concesse un prestito di circa 2 miliardi di euro, a cui si aggiunsero ulteriori 2 miliardi stanziati da altre Nazioni del nord Europa. Per garantire il rientro dei capitali, FMI e UE fecero pressioni sul governo islandese affinché attuasse ciò che si vede già all’opera in altri Stati: chiedere sacrifici ai cittadini. Per 15 anni gli islandesi avrebbero dovuto pagare il debito al tasso di interesse del 5,5%, per un totale di oltre 3 miliardi e mezzo di euro.
A questo punto della storia, dove abbiamo visto in scena solo Stati e grandi Enti, entrano in scena i cittadini. Il loro ragionamento suona semplice, logico e lineare: “Perché dobbiamo pagare noi il debito di un privato contratto con un altro privato?”. 
Seguirono giorni di violente proteste di piazza a Reykjavík che portarono alle dimissioni del governo conservatore di Geir Haarde. Le elezioni furono vinte dallo schieramento di sinistra che, tuttavia, cedette subito alle pressioni straniere, soprattutto di Inghilterra e Olanda. Queste, infatti, si erano già fatte carico del debito dei loro cittadini e premevano per una risoluzione drastica a danno della popolazione islandese.
Ad opporsi fu il capo di Stato Grimsson, rifiutandosi di ratificare la decisione del governo di spalmare il debito sui cittadini e indisse un referendum. Inghilterra e Olanda "minacciarono" (è il termine esatto) il governo islandese, paventando la possibilità di ritorsioni tra cui, non ultimo, l’embargo, e ventilando la possibilità di trasformare l’Islanda nella “Cuba del Nord”. Intervennero a favore della linea dell’austerity (cioè del "sacrificio di tutti") anche FMI, BCE e UE.
Nulla da fare. Il 93% degli islandesi disse che il debito tra privati non era affare loro e si diedero inoltre una nuova costituzione tramite metodi di vera democrazia partecipativa, sfruttando ad esempio il crowdsourcing. Lo Stato Islandese aprì un processo contro i banchieri responsabili e l’Interpol  emise un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente della banca Kaupthing.
Qualche giorno fa si è svolto il primo atto di un altro processo penale, questa volta a carico dell'ex primo ministro Geir Haarde, accusato di negligenza nella crisi finanziaria (rischia fino a 2 anni di carcere).
Oggi, le previsioni condotte dall’OCSE (dicembre 2011) sulla crescita del biennio 2012-2013, a fronte di una generale stagnazione o vera recessione, mettono un segno positivo del 2,4% proprio sull’Islanda.
Non bisogna tuttavia lasciarsi prendere dall’entusiasmo e pensare di poter applicare la ricetta islandese con l’Italia. È necessario tenere conto delle enormi differenze tra le due Nazioni: in Italia ci sono 60 milioni di persone a fronte delle 320 mila dell’Islanda. Il loro debito è “solo” di 4 miliardi, mentre quello made in Italy si aggira intorno ai 2mila miliardi.
Rimane un dato di fatto: la soluzione proposta da UE e BCE non è necessariamente l’unica via. Ne esistono altre. Mettere le mani nelle tasche dei cittadini non è il solo modo per salvare le economie mondiali. Ma, soprattutto, l’Islanda insegna che la popolazione può davvero fare qualcosa, basta che non dorma…

Alessandro Bardin

domenica 4 marzo 2012

Vogliamo la mamma? (Lettera Al ministro Anna Maria Cancellieri)

Gentile Ministro Cancellieri, 

sono un ragazzo italiano che da cinque mesi vive e lavora a Barcellona. Nonostante la distanza, continuo a seguire e ad informarmi sulle vicende del mio paese d’origine, e per questo non mi è sfuggita la Sua recente affermazione secondo cui i giovani oggi cercano un “posto fisso vicino a mamma”, seguita a stretto giro dalla critica del Presidente del Consiglio Monti alla monotonia del posto fisso.
All’inizio ho preso molto sul personale le Vostre affermazioni. Ricordare la mia esperienza, che dallo stage post-laurea a Roma mi ha portato all’espatrio dopo una frustrante e infruttuosa ricerca di lavoro, mi ha fatto pensare che magari Lei si riferisse all’imprescindibile vicinanza economica di mia madre. In effetti senza il suo aiuto difficilmente avrei potuto accettare la miseria che mi è stata offerta per lavorare per tre mesi nella Pubblica Amministrazione a 600 km da casa (125 euro in totale!). Poi mi sono ricordato che io almeno sono stato ospitato da alcuni familiari, mentre gli altri 600 neolaureati che hanno partecipato al medesimo progetto, a Roma o in una capitale straniera, hanno dovuto cercarsi e pagarsi un affitto con una retribuzione analoga o addirittura inferiore (molti hanno lavorato gratis). Quindi mi è venuto il sospetto che il desiderio di “cambiare aria”, che mi ha fatto accettare il trasferimento in un altro paese per un lavoro da 450 euro al mese, sia un sentimento comune a moltissimi dei miei coetanei.
In effetti i dati sulla mobilità dei giovani italiani stonano parecchio con le Sue affermazioni. Solo considerando l’università, il numero degli studenti italiani che trascorre un periodo medio di 7 mesi all’estero è passato dai 13 mila dell’anno accademico 2000/2001 ai 17 mila alla fine del decennio, con un aumento del 34%. A questi si aggiungono i circa 40 mila italiani che scelgono di effettuare integralmente all’estero i propri studi universitari. Sarà forse la conseguenza delle deficienze delle nostre università, che come mostra l’ultimo rapporto dell’OSCE escono letteralmente mortificate dal confronto con gli atenei dei paesi anglosassoni, nord europei, statunitensi ed ora persino indiani e cinesi, superiori per qualità dell’insegnamento e per gli importanti investimenti pubblici nella ricerca? Pare che da quelle parti pensino certe politiche rilancino la competitività e l’occupazione in periodo di crisi economica.
Anche dopo la discussione della tesi i numeri restano significativi. Dal 2000 al 2010 ogni anno circa 30 mila ragazzi hanno infatti scelto la via dell’emigrazione pochi mesi dopo la laurea. Si tratta di circa il 3% del totale, cifra che ha raggiunto il 4,5% nel corso del 2011. I dati e le interviste alle persone in questione mostrano che si tratta di giovani usciti dai rispettivi corsi di laurea con brillanti valutazioni, una alta preparazione e il desiderio di mettersi alla prova in realtà in cui il merito è maggiormente riconosciuto. Gli stessi numeri mostrano non solo che a parità di preparazione i giovani neolaureati europei riescono nel giro di qualche anno di lavoro e sacrificio a costruirsi una posizione adeguata al proprio titolo, come funzionari o quadri dirigenti, ma che gli stessi italiani, una volta abbandonato l’ingessato e gerontocratico belpaese, ottengono risultati analoghi se non addirittura migliori nel paese che li accoglie.
Non è dunque un caso il crescente interesse verso i programmi di mobilità europea, tra cui spicca la possibilità di effettuare stage e tirocini all’estero offerto dal Progetto Leonardo; così come non è casuale il grande successo degli strumenti di divulgazione di questa e altre opportunità. Da realtà istituzionali e transnazionali come il portale Eures, che promuove la mobilità internazionale di tutti i cittadini dell’Unione Europea, si arriva ai portali creati dagli stessi ragazzi italiani, che hanno colto l’esigenza dei propri coetanei di cercare nuovi stimoli lontano da casa ed hanno creato siti come “Il Portale dei Giovani di Prato” e “Scambi Europei” (solo per fare due esempi). Ogni giorno sono migliaia i contatti che leggono e inviano le proprie candidature per i progetti di studio, lavoro e scambio all’estero lì pubblicati.
Mi piacerebbe concludere con un piccolo ma significativo esempio di cui sono stato testimone, e che forse più dei numeri rende l’idea dell’erroneità della Sua affermazione, Signor Ministro. Negli stessi giorni in cui Lei ci ricordava di essere un popolo di giovani bamboccioni, ho vinto un concorso per un tirocinio nelle istituzioni europee (vado ancora più lontano dalla mia mamma), e si è creato il problema di sostituirmi nell’ufficio in cui lavoro a Barcellona. Su mio suggerimento, abbiamo messo l’annuncio proprio su uno dei portali di cui le parlavo sopra, e nonostante il mio scetticismo (mi chiedevo: “chi mai accetterà uno stage in cui si richiedono quattro lingue per 450 euro al mese?”), come aveva previsto il responsabile del sito il giorno dopo sono arrivati circa 400 curriculum. Lavorando in un piccolo ufficio, ho dato una mano a selezionare le candidature, e così ho letto una buona parte dei curriculum e delle appassionate lettere di motivazione di persone laureate con voti altissimi nei settori più disparati, con esperienze di studio e lavoro in diversi paesi europei e una invidiabile conoscenza delle lingue. Lo stupore è diventato rabbia quando ho pensato che profili del genere, che in altri paesi sarebbero già avviati a carriere e retribuzioni di ben altro livello, quasi implorassero la possibilità di essere messi alla prova per una cifra che certo non retribuisce il reale valore della prestazione, e che per quanto si possa risparmiare non permette certo di vivere all’estero senza il sostegno della propria famiglia. Ironia della sorte, la persona che è stata scelta è un italiano che sta studiando in Francia e che nel forum del sito ha criticato con forza chi ha commentato ironicamente la bassa retribuzione offerta, dicendo che aveva ragione ma che era troppo facile lamentarsi senza nemmeno provare ad avviare un cambiamento che passasse da un forte sacrificio personale.
Vista così, Signor Ministro, e a meno che non abbiamo tutti scoperto che i nostri padri hanno fatto qualche scappatella amorosa all’estero una ventina d’anni fa, mi sembra evidente che la tenacia, il coraggio e la forza di fare piccoli e grandi sacrifici per seguire i nostri sogni, o almeno cercare un futuro migliore, non ci mancano. Fosse che invece che ai giovani, i problemi italiani siano legati ad altre, ben più gravi, questioni "tecniche"?

Carlo Marcotulli

lunedì 20 febbraio 2012

La finanza delle opinioni

La crisi finanziaria che ci accompagna ormai da diversi anni ci ha reso migliori, più consapevoli: abbiamo scoperto alcuni vocaboli della lingua inglese capaci di incutere terrore. Al bar si parla di spread, il parrucchiere ci consiglia il bond sul quale investire il nostro denaro e la notte, prima di dormire, preghiamo perchè il default non ci sorprenda all'improvviso.
Ma i termini sopracitati sarebbero privi di carica emotiva se non vi fosse il rating. Il vocabolario ci aiuta definendolo valutazione. Questa valutazione è espressa da 3 agenzie americane che hanno una sorta di monopolio della verità, sono insomma degli oracoli dei nostri giorni: Standard & Poor's, Moody's e Fitch. In alcune interviste rilasciate ai media americani i membri delle tre agenzie hanno “declassato” il concetto di rating da giudizio/valutazione a semplice opinione.
Le agenzie agiscono come dei perfetti amici: dicono agli Stati e alle imprese se si stanno comportando più o meno bene da un punto di vista economico-finanziario. Essendo anche e soprattutto società a scopo di lucro, alle agenzie in questione vengono commissionate delle opinioni: un'azienda chiede di essere valutata in cambio di un compenso economico. La società in questione ottiene il responso e decide di tenerlo o meno segreto in base all'impatto che esso potrà avere sui mercati. Qui sorge un primo dubbio: io chiedo a un amico cosa pensa di me e lui esprime serenamente il suo pensiero. Se io però lo pago siamo sicuri che sarà sincero?
In questo meccanismo apparentemente semplice, anche se un po' nebuloso, si inseriscono dei regolamenti nazionali e sovranazionali che impongono alle società di non avere investimenti in situazioni che siano a rischio, cioè che abbiano un rating sotto standard predeterminati. Un secondo punto di interesse che fa sorgere ulteriori dubbi sulla natura di queste opinioni riguarda i fatturati delle agenzie di rating dal 2003 al 2007: Moody's, ad esempio, ha quadruplicato i propri profitti in piena crisi e anche le altre due agenzie di rating si sono difese molto bene.
Nel calderone di regolamenti e fatti ne voglio aggiungere un altro. In questi anni abbiamo assistito a numerosi fallimenti e salvataggi da parte degli stati di società leader nei propri settori: Lehman Brothers, colosso delle banche di investimento, è fallita trascinando nel baratro l'economia americana; AIG, 190 mld di dollari di capitalizzazione nel 2006, è stata salvata dal fallimento dai contribuenti americani. Stesso destino hanno avuto Freddie Mac e Fannie Mae, società di riferimento del mondo dei mutui americani. In Italia abbiamo avuto il fallimento Parmalat che ha creato un buco da 14 mld di Euro, il più grande della storia europea. Comune denominatore di queste tragedie finanziarie sono stati i giudizi costantemente positivi da parte delle agenzie di rating, anche nei giorni precedenti ai tracolli sopra elencati.
Standard & Poor's, Moody's e Fitch hanno mentito sulle opinioni espresse per condizionare il mercato globale? Hanno sfruttato informazioni riservate per aumentare a dismisura i propri profitti facendo partecipare alcuni amici al grande banchetto dei guadagni di borsa? Sono formate da professionisti disattenti o addirittura incompetenti che hanno portato milioni di risparmiatori sul lastrico? Mi metto nei panni delle agenzie di rating. Credo che tutto questo disastro sia dovuto alla normale stanchezza che inesorabile colpisce il potere assoluto, in questa caso il monopolio dell'opinione vincolante. E' uno stress insopportabile avere in mano i destini economici del mondo. Dovremmo ringraziare le persone che lavorano e decidono il nostro futuro perchè ci tolgono l'onere di pensare e ci lasciano l'onore di investire i nostri averi secondo i loro dettami. Capita a tutti di sbagliare, alla fine sono solo soldi e, come direbbe un vero amico, i soldi non fanno la felicità.

Marco Barbato

domenica 12 febbraio 2012

Federconsumatori vs Bpm

Venerdì 10 febbraio era l’anniversario della nascita di Bertold Brecht, il famoso drammaturgo che disse in tempi non sospetti  «il vero ladro non è chi rapina la banca, ma chi la fonda». Stando alle ultime vicende, pare non avesse tutti i torti.
È di questi giorni infatti la notizia ufficiale dell’avvio, da parte di Federconsumatori, di una class action contro la Banca popolare di Milano (Bpm). Gli avvocati dell’associazione hanno depositato l’atto al tribunale di Milano. Ora bisognerà aspettare la fine di aprile per la prima udienza sull’ammissibilità.
La vicenda è quella dei bond “convertendo”. Il titolo di debito, con scadenza 2013, fu lanciato ed emesso nel 2009 da Bpm e convertito in anticipo in azioni alla fine dello scorso anno. Il rendimento promesso era talmente elevato, il 6,75%, da convincere circa 15.000 clienti della banca ad acquistarlo, convinti effettivamente di fare un affare. Alla fine dell'anno appena trascorso però, la sorpresa. In seguito al crollo delle azioni della banca molti clienti avevano scoperto di aver perso moltissimo del loro capitale, alcuni addirittura fino al 90%.  Questo perché il titolo in questione non rappresentava una vera obbligazione, ma un derivato non negoziato in borsa, venduto agli interessati senza informazioni sulla sua reale natura e senza la necessaria consapevolezza del rischio a cui andavano incontro.
L’avvocato Massimo Cerniglia, uno dei curatori dei ricorsi per Federconsumatori, spiega che, oltre alla scarsa informazione, viene contestato alla banca la non corretta valutazione del profilo di rischio, non adatto a semplici risparmiatori. Inoltre, alcuni clienti si sono visti aumentare il profilo di rischio automaticamente, senza nessun avviso. Insomma, una vera e propria truffa.
Già a giugno del 2011 la Procura di Milano aveva aperto un fascicolo nei confronti di Bpm: per il momento non ci sono accuse vere e proprie nei confronti di nessuno. Però, a testimonianza dell'atteggiamento scorretto della banca nei confronti dei suoi clienti, c’è la sanzione di 175.000 euro che la Consob ha comminato al direttore generale della banca per non aver agito con la necessaria correttezza e trasparenza.
Ad avere espresso la volontà di adesione alla class action sono circa 400 persone, che potrebbero salire fino a 5 mila in caso di dichiarata ammissibilità dell’azione da parte del tribunale. In quel caso si parlerebbe probabilmente di richieste di risarcimento per svariati milioni. 
La prima udienza di ammissibilità sarà a fine aprile, da lì in poi, a seconda della sentenza, gli scenari saranno diversi.

Nel frattempo, buon compleanno Bertold Brecht.

[Q]

lunedì 6 febbraio 2012

Un caffè per due Nazioni

Ci sono alcune cose che, nonostante tutto, ancora amo dell’Italia e che amerò sempre: tra queste c’è il caffè. Che dire del profumo e del rumore con cui la moka riempie la cucina? Una meraviglia! Peccato che da qualche mese fare il caffè sia diventata una vera tortura. Qualcosa va storto: la caffettiera borbotta come un vecchio catarroso, il caffè non sale, e quando lo fa, è scuro come il petrolio, sa di bruciato ed è, a conti fatti, imbevibile…
Ricordo una moka (entrata ormai nella leggenda) che è stata nella mia cucina per quasi un ventennio e se n’è andata in pensione con tutti gli onori. Quelle che l’hanno seguita, però, non sono state all’altezza: ne ho cambiate tre in meno di sei mesi. La marca è sempre la stessa: Bialetti. Che cos’è cambiato allora? Nient’altro che il luogo di produzione.
Infatti Bialetti è una delle tante aziende italiane coinvolte in quel fenomeno che chiamano “delocalizzazione” e che consiste nel trasferimento di settori di produzione dall’Italia verso un paese dove tassazione e costo della manodopera permettono uno sviluppo impensabile se si restasse in Italia; nei casi meno fortunati, questa trasferta è addirittura obbligatoria per non chiudere i battenti.
Nel caso specifico della Bialetti (nata nel lontano 1919) la decisione è arrivata nell’aprile del 2010, quando ha annunciato la chiusura dello storico stabilimento di Omegna (Piemonte) mantenendo in Italia soltanto la parte relativa al design, al marketing e alla ricerca (conservando così anche il marchio “Made in Italy”). Le persone rimaste senza lavoro per questa manovra sono 120. A questo numero devono essere aggiunti tutti gli operai lasciati a casa a seguito della chiusura o delocalizzazione di numerose storiche aziende del territorio piemontese.
La moka Bialetti è stata per molto tempo un esempio della qualità e dell’abilità imprenditoriale italiana; quella di Alfonso Bialetti fu una trovata innovativa che rivoluzionò il modo di fare il caffè, unendo alla praticità il senso estetico (design Art Decò). Assistere al trasferimento della produzione di moke (che ha seguito quella di altri prodotti houseware dello stesso marchio) è davvero un po’ come assistere al crollo di Pompei.
Una domanda a questo punto è lecita: che effetto ha la delocalizzazione sull’Italia? Alcuni studi sostengono la sostanziale positività del sistema in quanto le aziende diventano più competitive, la manodopera “liberata” è flessibile in quanto non specializzata (infatti chi non lo cerca un operaio di 50/60 anni che nella vita ha fatto solo caffettiere?) e produce ricchezza anche nei paesi ospitanti. Altri vedono il rovescio della medaglia: senza l’industria non c’è sviluppo, i lavoratori “liberati” non si riciclano affatto (soprattutto se tutte le aziende espatriano), la ricchezza del territorio si affossa trascinando con sé quanto sta intorno. Per quanto riguarda il paese in cui si delocalizza, dopo una fase di aumento del benessere, è facile che le imprese spostino nuovamente la produzione qualora le richieste e il prezzo della manodopera smettono di essere “competitivi”.
Le uniche cose che appaiono con chiarezza in questo panorama sono le seguenti: la logica di produzione domina su tutto e tutti; il lavoro se ne va sempre più lontano; i lavoratori non sono tutelati; il governo guarda, un po’ stupito, come se non capisse o la cosa non lo riguardasse; e il mio caffè non ha più il sapore di una volta…

Alessandro Bardin

martedì 10 gennaio 2012

La macchina della SIAE

"La musica è un linguaggio di fratellanza e l'orchestra è l'embrione della società perché tutti devono ascoltare anche le voci degli altri". Così ha detto il noto violinista italiano Uto Ughi, e vien da pensare che "ascoltare la voce degli altri" sia l'espressione migliore per definire la cultura e la sua capacità di ampliare gli orizzonti del singolo individuo.
Esiste, in Italia, un ente che controlla la trasmissionie culturale tra i membri della società. La Società degli autori (SIAE dal 1927) nasce all'indomani dell'Unità d'Italia per volontà di alcuni intellettuali desiderosi di garantire piena libertà a musicisti, scrittori e tutti colori che volevano vivere della propria creatività. Le nobili finalità che fecero da fondamento all'ideazione e sviluppo del nuovo ente passarono ben presto (a quanto pare) in secondo piano, per fare spazio ad una logica affatto diversa.
Oggi la SIAE è un ente pubblico attorno al quale ruotano cifre davvero "interessanti" e che ha suscitato non poche polemiche, non ultima quella scatenatasi sul web davanti alla richiesta della SIAE di ricevere il pagamento di un contributo per la pubblicazione dei trailer cinematografici sui siti internet.
Ma è indubbiamente la musica, prima di tutto il resto, ad essere la vittima designata di questo sistema. Il giro d'affari è impressionante, basti pensare che la SIAE percepisce un "equo compenso" che noi tutti paghiamo in negozio sull'acquisto di qualsiasi mezzo di riproduzione audio-visivo. Ad esempio, un lettore MP3, da 1GB a 5GB, ci costa € 5,15 in più, da 5GB a 10GB, € 6,44 e così via (ma paghiamo anche per telefonini e chiavette USB, tanto per dire). La giustificazione è tutta nella "possibilità" che questi mezzi siano utilizzati per riprodurre opere coperte dal copyright...
Altra fonte "facile" di guadagni è il celebre bollino ("contrassegno SIAE") che porta alle casse dell'ente 70 milioni di euro l'anno. Oltre all'Italia, solo la Romania e il Portogallo contemplano un obbligo simile.
Ma se l'equo compenso e il bollo non bastano certo a zittire la voce di molti giovani musicisti o appassionati, ci riesce invece la gestione degli "spettacoli". Oltre all'onnipresente e italianissima burocrazia (come la pretesa di delineare dettaglitamente i brani che si andranno ad eseguire), la  SIAE prevede per qualsiasi spettacolo un compenso sugli incassi (di solito il 10% sugli su biglietti, finanziamenti pubblici e privati, sugli
incassi del bar ecc...) o un minimo garantito. Il rischio poi di prendersi una multa (e salata) non è da scartare. La SIAE svolge anche ruolo di controllo, ed è sufficiente un brano non in scaletta, o che la gente balli quando questo non era stato previsto  per far scattare l'ammenda
(bisogna anche avere la lungimiranza di sapere se la gente ballerà o no). Su internet si trovano numerose testimonianze di "multe scandalose" fatte a vecchi beccati a cantare o bambini di Chernobyl per essersi esibiti in canti come ringraziamento alle famiglie che li avevano ospitati in Italia.
Stando ad uno studio condotto dalla IBL (Istituto Bruno Leoni), la SIAE, oltre ad essere un sistema meno efficiente e più opaco di molti omologhi europei, comporta allo Stato uno "spreco di 13 milioni di euro l'anno", il costo è maggiore e il servizio scadente. Nell'organizzazione di una serata a base di musica a Londra o in Italia (dice sempre lo studio), i nostri gestori pagano 9 volte di più in confronto a quelli inglesi (per una serata di 500 persona, ad esempio, il pub della City sborsa 114 euro contro i 1.000 che deve snocciolare il nostro bar).
Tralasciando il fatto che, nonostante gli incassi della società, il 65% degli iscritti alla SIAE percepisce meno di quanto paga annualmente per l'iscrizione si comprende come siano pochi a guadagnarci, e tra questi non ci sono né i giovani musicisti, né la musica stessa.
A quanto pare, tra le altre cose, alla base del sistema c'è l'anomalia di considerare equivalenti diritto d'autore e copyright. Infatti non è nemmeno possibile per un autore concedere direttamente (e gratuitamente) il diritto di riproduzione dei propri brani.

Se la musica non gode di buona salute, forse lo fa il diritto allo studio.
E' del 2007 il caso del professor Enrico Galavotti, a cui la SIAE ha chiesto il pagamento di "un'ingente somma di denaro" per aver pubblicato a fine didattico-illustrativo alcune immagini di dipinti coperti da copyright (leggasi: diffondere la cultura gratuitamente è reato). Infatti, l'Italia ancora non prevede il fair use, cioé la libera pubblicazione di materiale coperto da copyright sotto determinate condizioni (tra cui l'assenza di lucro). La risposta del Governo è stata, sostanzialmente, l'inserimento di questo comma nella legge: "È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro". Ancora poca cosa, bisogna dirlo.
Un ultimo dato interessante, per concludere, riguarda la "tassa" che ogni anno gli studenti pagano con l'iscrizione all'universita. Questa viene  calcolata sulla possibilità di uno studente di fotocopiare i libri presenti nelle biblioteche universitarie. Di nuovo la SIAE pretende denaro sull'eventualità, sulla teoria.  Un simile comportamento è possibile in quanto in Italia (contrariamente a quanto succede in altri paesi) la SIAE detiene il monopolio e non ha concorrenti nella gestione dei diritti d'autore e del copyright.
L'accordo tra Stato e SIAE risulta quindi del tutto dannoso, soprattutto per gli 85 mila iscritti che pagano più di altri colleghi europei e  si ritrovano con un servizio scadente, un'amministrazione inefficiente e con pochi soldi in tasca. Ma non sono salvi nemmeno i cittadini che pagano il prezzo di ogni monopolio, e non possono nemmeno godersi più una buona serata.


Alessandro Bardin

venerdì 25 novembre 2011

Tolleranza zero

“Quando lei dice no, vuol dire no. Zero. NON CI SONO SCUSE”.“Date la colpa alle donne. Date la colpa al bere. Date la colpa al tempo. Zero. NON CI SONO SCUSE”.“ Due donne su cinque subiscono violenza sessuale o stupro. NON CI SONO SCUSE”.

Comparvero ovunque a Edimburgo, sui muri, in televisione, negli uffici.  Era“Tolleranza Zero”, la prima campagna sociale a servirsi dei mass media per sfidare la violenza maschile contro donne e bambini, si presupponeva che contro di loro non fosse mai accettabile nessuna forma di sopruso. Irwine Welsh ne ha preso spunto per scriverci sopra un libro, parlava di uno stupro e del senso di colpa dello stupratore.
 
Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio Militare. Condotte in un luogo nascosto furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente. L’assassinio è ricordato come uno dei più truci della storia dominicana. In Italia solo dal 2005 diversi Centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata (che esiste dal 2000), il cui scopo è l’eliminazione di tutte le forme di abuso sulle donne  attraverso  il riconoscimento a livello internazionale, regionale e locale della violenza di genere come violazione dei diritti umani.
 
Nel 2007 l’ISTAT ha condotto un’indagine sui soprusi e i maltrattamenti  dentro e fuori la famiglia in Italia. I risultati parlano di 6,7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ( il 31,9% in questa fascia di età) che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita,  7,1 milioni hanno subito o subiscono violenza psicologica e 2,7 milioni sono stati sottoposti a comportamenti persecutori (stalking). Il 69,7 % degli stupri è opera di un partner ex o attuale, il 17,4 % di un conoscente e solo il 6,2 % è da parte di estranei. La misura del sommerso è agghiacciante: 2,9 milioni di donne hanno subito aggressione fisica o sessuale da marito o compagno, ma solo il  18,2%  considera la violenza in famiglia un reato, il 45,2%  di loro non ne parla con nessuno e il 93%  degli abusi causati da un partner non vengono denunciati.
 
Lo scorso marzo, il Parlamento Europeo ha approvato una Relazione sulla violenza di genere in Europa, nella quale sono formulate una serie di proposte, in relazione soprattutto ai maltrattamenti fra le mura domestiche. Ma in questo periodo di forte crisi economica, questi temi non sono una priorità, né a livello europeo, né italiano.
 
In chiusura, piccola opinione personale. La violenza non è solo terribile, è anche un linguaggio. Un modo di comunicare che si apprende facilmente, soprattutto se si è bambini. Spesso si impara che chi urla ha ragione.  La battaglia è prima di tutto culturale e passa attraverso il rispetto, nei grandi e nei piccoli gesti. Rispetto di idee e azioni. Non ci sono scuse, e quando lei dice no è no. Anche se l’altra persona è il marito, il fidanzato, il compagno. Ma soprattutto, non è MAI (e ripeto mai cento volte), colpa di una donna.
 
Q.

mercoledì 16 novembre 2011

La fine di niente

È finita. Così per lo meno sembra. Le promesse-minacce di Berlusconi, con le dimissioni ancora calde sul tavolo di Napolitano, non fanno sperare troppo bene. Non si è levato in vent'anni dopo numerose sconfitte, perché dovrebbe farlo ora? E così avverte e ammonisce che, nonostante non cercherà più ruoli istituzionali (nemmeno la presidenza della Repubblica?), continuerà a occuparsi di politica.
Ci sono alcuni aspetti che, malgrado tutto, è il caso di sviscerare. In primis, il misterioso successo di un uomo che per vent'anni è stato, tra alti e bassi, alla guida dello Stato. Spesso mi sono chiesto come ciò fosse possibile. A conti fatti, in vent'anni, non è rintracciabile una riforma qualsiasi del tanto millantato stampo liberale, o un'azione decisiva sulla società. Tutto quello che i governi Berlusconi hanno compiuto è stato progettato e realizzato per una cerchia ristretta di persone, tra queste manovre spiccano i vari condoni e scudi fiscali, la depenalizzazione del falso in bilancio e l'attacco alla magistratura (l'unico potere davvero libero del nostro paese).
A conti fatti, tracciando un'ipotetica tabella con i pro e i contro, non saprei davvero che cosa mettere sotto la prima voce. Chiedo per favore a qualche berlusconiano di indicarmene almeno uno, che non sia quella spaventosa (e dannosa) pagliacciata dell'ICI sulla prima casa (una delle poche tasse eque del nostro sistema tributario, tra l'altro).
Avevo circa 10 anni la prima volta che sentii il nome di Berlusconi e di Forza Italia, allora mi sembrò uno slogan in favore della nazionale di calcio. Non sapevo ancora che ben poco ero andato lontano dalla realtà. La destra di Berlusconi è una squadra di calcio. Lo è, a dire il vero, tutta la politica. L'italiano, in genere, nasce in un contesto di cui accetta tutti i dogmi, tra cui l'orientamento politico, ne fa una fede, un elemento imprenscindibile della propria identità. Essere di destra e di sinistra è identico al tifare una squadra di calcio: non importa se gioca bene o male, se piace o meno l'allenatore, l'"amore" per i colori vieni prima di ogni giudizio. Questo va bene finché si rimane nell'ambito calcistico, nel caso della politica, invece, si tratta di un atteggiamento dannoso. Il giudizio viene meno. Significa che viene a mancare proprio la facoltà che secondo Aristotele era fondante dell'essere umano: la ragione.
Ecco dunque nelle piazze il tifo per questo o quel politico, e chi se ne frega di quello che combina realmente. Berlusconi è stato difeso a priori, sempre e comunque.
Non è da mettere in dubbio, nell'autopsia del carrozzone berlusconiano, anche il ruolo (negativo) della sinistra e della rinverdita caccia alle streghe comuniste tipiche del primo periodo di Berlusconi, ritornato in auge negli ultimi anni, quando i "rossi" furono (casualmente) identificati con i magistrati. Amore contro odio, sfondo azzurro e sfumato contro luridume e ambiguità dei costumi, sorrisi rassicuranti contro burberi cipigli di demagoghi.
Per vent'anni siamo stati vittima di una pubblicità, di una televisione. Berlusconi ha ricilcato se stesso e la sua gente per due decadi nella stessa maniera Madonna in cui si ricicla ad ogni lustro e ad ogni nuovo brano. Si tratta di cambiare la crosta, ma la sostanza è la stessa. È penoso constatare, a questo riguardo, la scarsa capacità del popolo italiano di andare a fondo della questione, andare oltre, cioé, al cerone, allo sfondo azzurro, agli slogan liberal-cattolici, ai capelli tatuati in testa.
La superficialità piace agli italiani, piace la finzione e l'ostentazione, ama essere rassicurato e non invischiarsi troppo nelle cose. Gli piace la televisione, lo zapping, il mutamento, il rapido susseguirsi di biscottini mediatici che non permettono di prendersi un sano quarto d'ora per riflettere su quello che si è appena ingurgitato. Piace all'italiano lo slogan e la frase ad effetto come nei libri di Fabio Volo, brevi sentenze degne di essere trascritte sul diario di una quattordicenne, costruite per suscitare una reazione emotiva immediata, ma che, grattando appena la superficie con l'unghia, rivelano tutta la loro vacuità e insulsaggine, nel caso migliore solo una grande banalità (e ci sarebbe da riflettere sul meccanismo di come si possa edificare un enorme successo su simili procedimenti).
Berlusconi se ne va? Non il suo carrozzone (e nemmeno lui, a meno che non sia su un aereo per Aruba). Passa Letta in televisione e il mio gatto gonfia il pelo e sbarra gli occhi... così faccio anch'io. Rifiuta la vicepresidenza? Non mi rassicura per nulla, perché è sempre lì, e lo sarà anche dopo. Se non ci sarà lui, ci sarà un altro "uomo di Sua Santità" a controllare come un vero "Osservatore Romano".
Bene, cambia la guida, dunque. Formigoni sancisce la situazione della politica rispondendo ai "buffone", "in galera", alzando il dito medio alla folla (ma un po' di sana autocritica? Un po' di introspezione? Qualcuno s'è chiesto perché si arriva a tanto?). Il vero pericolo è nel dito medio di Formigoni, un dito che risponde in modo perentorio alle richieste di cambiamento e agli urli di esasperazione da sfogare di molti italiani scesi in piazza a Roma (e molti avrebbero voluto essere con loro). "Volete cambiare il paese? Volete cambiare i politici? Volete forse che si faccia qualcosa per la gente, che tutti noi ci mettiamo da parte per fare spazio a voi pezzenti? Pensate davvero che la terza Repubblica sarà qualcosa di diverso dalla seconda e dalla prima? Credete voi che la politica sia fatta per voi e per il vostro bene? Ecco, io sono la risposta. Io sono da questa parte della barricata, e voi dall'altra", dice il dito di Formigoni. E da qualche parte, ci scommetto, D'Alema sorride...

Alessandro Bardin

mercoledì 26 ottobre 2011

Chi ha paura del Lavoro Nero?


Quando si è piccoli talvolta si subisce il benevolo terrorismo psicologico da parte dei parenti più stretti: “Mangia, altrimenti arriva l'Uomo Nero!”, “Se non vai subito a dormire chiamo l'Uomo Nero!”. Dopo anni di ricerche in armadi, dopo aver perlustrato ogni palmo di superficie nascosta della mia camera, ho capito che la presenza malefica che mi terrorizzava o non gradisce la mia compagnia o, come fanno molti, viene in Italia solo per fare le ferie.
Ho passato così la mia giovinezza serenamente e ho studiato. Ho studiato più di quanto pensassi. Mi sono affacciato alla vita. All'improvviso però è cambiato tutto e le mie paure sono prepotentemente ritornate. Dal mio armadio e da sotto il letto sono spuntate due figure misteriose e affascinanti. La prima ha detto di chiamarsi Lavoro Nero. Mi ha offerto soldi, soldi e basta. La seconda più timida, magari anche perchè straniera. Ha detto di chiamarsi Stage e mi ha offerto esperienza, conoscenze e anche una piccola somma di denaro. Entrambe mi hanno fatto promesse, mi hanno fatto pregustare l'indipendenza economica grazie ad un lavoro ben retribuito e soddisfacente. Ho ceduto alle lusinghe, lo ammetto. Mi sono fatto convincere dai soldi e dalla possibilità di costruirmi un futuro. Sono stato uno stolto.
In seguito ho scoperto che questi due personaggi mi hanno fornito false generalità.

Lavoro Nero non è altro che Lavoro Irregolare. Ho indagato e scoperto diverse cose sgradevoli.
Egli ha violato diverse prescrizioni legali quali l'evasione completa o parziale delle tasse di diritto pubblico, non registra le proprie vittime agli Istituti Previdenziali (INPS, INAIL, ENPALS, ecc.) e oltre ad eludere il diritto fiscale, elude il diritto delle assicurazioni sociali, il diritto della concorrenza e il diritto in materia di stranieri.
Ho scoperto inoltre che è stato, di rado, anche condannato al pagamento di pene pecuniarie. La legge n. 248 del 2006, in particolare all’art. 36 bis “Misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e per la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro”, prevede una sanzione amministrativa dai 1.500 ai 12.000 Euro se egli viene colto in flagranza di reato, con una maggiorazione di 150 Euro per ogni giorno effettivo e provato nel quale Lavoro Irregolare ha praticato le sue funzioni truffaldine.
Io comunque l'ho visto attivo e in buona salute. Evidentemente se la passa bene e nessuno è interessato al suo operato.
Stage invece ha diverse identità. Io la prima volta ho conosciuto quella francese. Egli è tutelato dalla legge transalpina e prevede una retribuzione stabilita al 30% del salario minimo applicabile sull'orario di lavoro settimanale di 35 ore (lunedi-venerdi) per un importo di 417,09 Euro al mese. Ho preso un appuntamento con Stage e mi si è presentato Tirocinio Formativo, quello italiano. Si sfregava le mani. Mi ha detto: “Se vuoi puoi venire con me. In teoria devi fare queste ore ma non ti posso assicurare nulla. In teoria dovresti avere queste mansioni, ma sai le esigenze aziendali... in teoria dovresti prendere questi soldi ma non so se e quando potrò darteli. Accontentati, devi fare esperienza. Ah una cosa. Se non vuoi non ti preoccupare. Ho sotto mano un elenco di migliaia di persone. Sai di chi parlo. Morti di fame, di futuro e indipendenza economica come te. Per me sei solo un numero, quindi se non te la senti nessun rancore. Un'ultima cosa. Sono tutelato dalla legge perchè la legge in realtà è poco chiara e addirittura non pretende quasi nulla da me. Se per caso volessi far valere i tuoi pochi diritti sappi che conosco persone che mi proteggono e mi proteggeranno da qualsiasi tuo tentativo di avere giustizia.”
Tirocinio Formativo aveva ragione. Ho accettato di seguirlo. Difficilmente incontrerò persone così sincere nella mia vita.

Marco Barbato

domenica 16 ottobre 2011

La Grande Crisi: i Perdenti. . .

In Italia e in Europa suona la sirena del Giorno del Giudizio. “A meno che non sia rimbambito, non suonava da quasi tre anni, ormai”. La geniale gag di Nonno Simpson è perfetta per sdrammatizzare l’attuale situazione, ed offre altresì lo spunto per inquadrare i recenti sviluppi economico-sociali in un contesto di lungo periodo. Prima di nascondere i risparmi sotto il cuscino e contare i giorni che mancano al 21 dicembre del 2012, è infatti utile ricordare che non siamo di fronte alla prima grande crisi internazionale, e che queste storicamente portano a grandi trasformazioni politiche, economiche e sociali, alla redistribuzione di ricchezza e potere tra i vari paesi del mondo e alla nascita di nuovi equilibri sistemici. In altre parole, ogni crisi si conclude sempre con dei vincitori e dei perdenti. Dal nostro punto di vista, il problema è che stavolta l’Occidente è il principale candidato a far parte della seconda categoria.
La crisi esplosa in seguito al crollo del settore immobiliare statunitense nel 2008 ha raggiunto un nuovo picco con la tempesta finanziaria abbattutasi quest’estate sull’economia europea. Per la prima volta sono emersi dubbi circa la sopravvivenza dell’Unione Europea e della moneta unica, e per riportare i bilanci sotto controllo quasi tutti i paesi dell’eurozona sono stati costretti a ricorrere a misure di emergenza, basate su consistenti tagli alla spesa pubblica, privatizzazione di numerose attività e servizi, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici e aumento delle tasse. Ciò ha scatenando le proteste dei giovani, tra i più penalizzati da tali misure, che a milioni hanno occupato le piazze di Londra e Atene fino a Madrid. Fuori dall’Europa, la crisi ha messo in discussione persino la leadership economica mondiale degli Stati Uniti, le cui perduranti difficoltà vanno ben oltre il discutibile declassamento del debito ad opera dell’ancor più discutile agenzia di rating Standard & Poor’s.
Se sui media (tranne Rai e Mediaset) è possibile trovare autorevoli analisi sulle cause strutturali della crisi, lo stesso non si può però dire per gli avvertimenti lanciati dai tanti esperti convinti che le misure adottate non faranno che peggiorare la situazione. Ciò è tanto più incomprensibile laddove si consideri che il fallimento di programmi che impongono grandissimi sacrifici a milioni di cittadini farebbe sprofondare l’economia in una crisi ancor più grave, e il probabile rafforzamento delle misure di austerità rischia di far esplodere rivolte sociali in tutto il continente. Non è fantapolitica, visto che gli scontri ad Atene e a Londra di questa estate hanno mostrato ciò che potrebbe accadere in futuro. Il fatto è che l’allarme sembra giustificato: le misure anticrisi sono state elaborate dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, ovvero due istituti accomunati dalla funzione di assicurare la stabilità finanziaria, indipendentemente dalla crescita economica, che è il vero motore della creazione di posti di lavoro. 
È vero che la crisi europea nasce dalla sfiducia dei mercati internazionali in merito alla capacità della Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e l’Italia di sostenere il peso del proprio debito pubblico, ragion per cui la tenuta del fragile equilibrio dipende dalla solvibilità di questi paesi. Allo stesso tempo, però, i tagli e le misure di austerità, se non accompagnate da norme che salvaguardino gli investimenti e alcune essenziali forme di tutela sociale, finiranno per disincentivare le attività imprenditoriali e i consumi delle famiglie. Dal momento che la riduzione della spesa pubblica impedirà agli Stati di sostituirsi alle prime e di sostenere i secondi, il risultato sarà un ciclo depressivo, che condannerà l’Europa a una lunga fase di recessione.
L’attenzione si sposta dunque sulle soluzioni proposte per affrontare questa situazione, e da questo punto di vista arrivano segnali poco incoraggianti. Negli Stati Uniti Obama ha annunciato un piano da 447 miliardi di dollari per il rilancio dell’economia, basato su un mix di tagli alle spese e di aumento della tassazione per i redditi elevati. Tuttavia, l’opposizione del Congresso controllato dai Repubblicani e la prossimità delle elezioni Presidenziali lasciano aperto più di un dubbio circa la reale implementazione di un progetto così ambizioso. Dalle primarie del Partito Repubblicano stanno infatti emergendo il governatore del Texas Rick Perry e, soprattutto, Michelle Bachmann, esponente di quel Tea Party secondo cui la crisi è dovuta ai limiti alle libere attività economiche imposti dall’eccessiva presenza dello Stato, per cui la soluzione è una ulteriore riduzione dell’intervento pubblico e un deciso taglio delle tasse ai redditi alti. 
Nel quadro dell’interdipendenza economica globale, ciò che accade negli Stati Uniti ci interessa ancor di più se si considera che tali teorie si sono diffuse anche in Europa, seppur non tanto negli estremistici principi economici, quanto negli aspetti socio-culturali, fondati su una politica della paura e della promozione di ordine e sicurezza, di cui fanno le spese le fasce più a rischio della popolazione, dai lavoratori agli immigrati. Gli scandali di corruzione, che hanno minato la credibilità delle forze politiche tradizionali, hanno aperto la strada al successo dei movimenti xenofobi di destra in tutta Europa, e l’apatia della sinistra, incapace almeno dai tempi di Tony Blair di proporre un modello di convivenza e sviluppo alternativo, sta facendo il resto. In pratica, di fronte al fallimento politico, economico e socio-culturale di 30 anni di gestione ispirata ai principi neoliberisti della scuola di Chicago, che hanno mostrato la natura canaglia di un capitalismo libero da ogni forma di controllo e regolamentazione, la risposta che si sta facendo strada è quella che propone ancor meno regole e solidarietà.
 
I principali governi europei, in primis quello tedesco che si oppone strenuamente alla creazione di meccanismi di gestione comunitaria della crisi, non sono di aiuto. Eppure proprio il rilancio del processo di integrazione, che rimedi alla creazione di una moneta comune senza la previsione di un governo unico dell’economia, sembra in questo momento l’unica via di uscita. Un’Europa politica che sia in grado di elaborare una strategia di crescita nel quadro di un sistema di welfare comunitario, che preveda la gestione congiunta delle crisi e ne rimuova le cause strutturale stabilendo meccanismi di regolamentazione finanziaria. Un’Europa che superi il deficit di legittimità democratica e sia finalmente capace di generare un senso di identificazione tra i suoi cittadini. Non si tratta certamente di un percorso facile, tuttavia vale la pena ricordare che la dimenticata Strategia di Lisbona ha fissato più di dieci anni fa i principi sui quali dovrebbe basarsi un competitivo sistema di welfare comunitario, e che le grandi crisi offrono storicamente le migliori opportunità per avviare i cambiamenti epocali. Un consiglio per la sinistra europea: se l’Europa è stata l’intuizione di una illuminata elite conservatrice, intenzionata a impedire nuove guerre tra i paesi del continente, la spinta per la definitiva integrazione politica e sociale potrebbe rappresentare la frontiera e l’obiettivo capace di rilanciare le nostre agonizzanti forze progressiste.

Carlo Marcotulli

sabato 1 ottobre 2011

Il primo Personal Computer e l’inizio della fine

Siamo in crisi… lo sappiamo tutti. Ormai ovunque si scrive di questo paese stagnante, senza crescita, sempre più indebitato, incapace di reagire.
Non c’è da stupirsi. L’Italia ricorda un vecchio artritico: immobile e privo di interesse per il futuro. Chi ne ha la possibilità accaparra non tenendo conto dello sviluppo della nazione. D’altra parte, si sa, ci sono i “Pochi” che spremono la vacca grassa finché non stramazza a terra sfinita. La vacca grassa siamo noi.
Questo sistema non è nuovo: va avanti con continuità da molti decenni. È quasi consolante nella sua costanza. Vediamo un esempio: la storia di una grande azienda distrutta da un atteggiamento che, per non essere volgare, definirò soltanto “miope”. Ovviamente, non è solo il fallimento di un "marchio", è anche il fallimento del sistema di questo paese.
L’Olivetti nasce il 29 ottobre 1908 e quasi da subito si impone sul mercato per le celebri macchine da scrivere. Quarant’anni più tardi produce la Divisumma-14, la prima calcolatrice scrivente che sancisce l’inizio dei grandi successi dell’azienda. Ma la vera svolta arriva sotto la guida di un illuminato Adriano Olivetti (figlio del fondatore). Ed è una storia curiosa, che oggi ha un vago sapore di eccentricità (limitatamente all’Italia, in quanto all’estero sarebbe nella norma). Che cosa combina questo imprenditore un po’ folle? Mette un annuncio sul giornale alla ricerca di “fisici, ingegneri, matematici e tecnici”; insomma, tutti quei laureati che oggi non riescono a impiegarsi nemmeno come bidelli. 
Con un atto estroso decide di assumerli e pagarli (atteggiamento che sembra sancire l’inevitabile fine di ogni impresa contemporanea), collaborando inizialmente con l’Università di Pisa. D’altra parte Olivetti è già famoso per il trattamento anomalo dei suoi dipendenti: «La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, circondati e avvolti dalla luce. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L'orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.» (da www.lastoriasiamonoi.rai.it)
Ci sono già troppe cose che sorprendono, senza contare gli affreschi di Guttuso e i concerti di Luigi Nono: gente con un contratto di lavoro e uno stipendio; rapporto università-lavoro; assunzione di perfetti sconosciuti. Ma non è finita! Ciò che più lascia sconvolti, è che Adriano Olivetti aveva un’idea… altro aspetto dell’industria che ha fatto la stessa fine del Dodo e della satira: si è estinto. Credeva che l’elettronica fosse il futuro, perciò ha deciso di investire (parola tabù) tempo e risorse su questa sua idea. Per il dinamismo, la lungimiranza e il circolo di intellettuali che la frequentavano, la Olivetti venne definita la “Atene degli anni Cinquanta”.
C'è da chiedersi se un simile comportamento l'abbia portato al fallimento. La risposta è: no. E qualcuno dovrebbe stupirsene.Grazie al suo team, guidato da Mario Tchou, l’Olivetti elabora, disegna e produce l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico completamente a transistor, presentato alla Fiera di Milano nel 1959. È un successone. Si tratta di un sistema innovativo (persino nel design) che garantisce l’espansione sul mercato internazionale dell’azienda.
Una frase di Tchou meriterebbe di essere scolpita in quei gerontocomi che sono Parlamento e Senato: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria».
Una serie di sventure mette in crisi l’Olivetti: nel 1960 muore Adriano e la crisi generale aggrava la situazione finanziaria (resa ancora più difficile da dissidi familiari).
Viene così il momento per l’intervento dall’esterno: l’Italia ci mette la zampa, come un re Mida al contrario… Lo Stato (cioè i partiti, soprattutto la DC) pensa bene che non valga la pena sostenere l’Olivetti. Entrano allora in scena i grandi imprenditori con il Gruppo d’intervento, formato da: Fiat, Pirelli, Mediobanca, IMI, La Centrale.
Memorabili rimarranno nella storia le parole di Vittorio Valletta (presidente Fiat e poi senatore a vita): “La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico”. È così che il reparto più produttivo e innovativo della Olivetti viene venduto alla General Electric.
Non è finita. Nel 1965, quel 25% della Divisione Elettronica ancora di proprietà italiana presenta il Programma 101, che non è nient’altro che il primo personal computer, in anticipo di circa un decennio sul resto del mondo. Alla fiera di New York del 65 il P101 dovette essere “nascosto” in quanto al reparto italiano era di competenza solo la “piccola elettronica”.
La nuova guida dell’azienda non ne capì le potenzialità. E pare fossero gli unici, considerata la folla che prese letteralmente d'assalto lo stand della Olivetti e che costrinse gli organizzatori della fiera a ridisegnare tutti gli spazi assegnati.
La General Electric prese il restante 25% dell’azienda. L’Italia salutò così un settore poco proficuo e senza futuro come quello dell’informatica…
Fine della favola.

Alessandro Bardin

domenica 4 settembre 2011

Vuoi sposarmi?

E così l’Empire State Building si colorò di arcobaleno. Un venerdì di fine giugno il governatore dello stato di New York ha detto sì, permettendo a migliaia di uomini e donne di dire sì a loro volta, coronando i propri sogni d’amore omosessuale.
Andrew Cuomo ha infati avallato la decisione del Senato dello stato di rendere legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso, diventando così il sesto stato, assieme a Connecticut, Iowa, Massachusetts, New Hampshire, Vermont e  il District of Columbia, in cui l’unione gay è ammessa.

Quattro senatori repubblicani hanno votato a favore della legge, diventando decisivi per l’approvazione. Uno di loro, Mark Grisanti, ha detto:

"Chiedo scusa a coloro che si sentono offesi. Ma non posso negare a un essere umano, a un contribuente, a un lavoratore, alla gente del mio collegio e di questo stato, lo stato di New York, e a coloro che lo rendono grande gli stessi diritti che ho assieme a mia moglie".

In America sono dieci anni che imperversa la battaglia sui matrimoni omosessuali, diventati un punto di scontro tra due culture e due visioni etiche alla pari dell’aborto. La legalizzazione ha conosciuto avanzate e battute d’arresto, tra voti nelle assemblee legislative degli stati, referendum e sentenze dei tribunali.
 Barack Obama, pur senza pronunciarsi, si è dimostrato cautamente possibilista: nel febbraio 2011 ha ordinato al suo dipartimento di Giustizia di non difendere più il Marriage Act, (legge approvata nel 1996 che legittima e concede valore ed equiparazione legale unicamente ai matrimoni tra uomini e donne), di fronte ai ricorsi in tribunale. Per la prima volta il governo federale si mette in una posizione di non interferenza.

In Europa e nel mondo, la questione sui matrimoni omosessuali è aperta e complessa, soprattutto sul punto riguardante la possibilità di adottare bambini .
In linea di massima, scrive Dan Fastenberg sulla rivista “Time”, il riconoscimento del matrimonio tra omosessuali si è affermato meglio nei paesi con sistemi giuridici che derivano dal diritto romano.

I paesi in Europa che hanno legalizzato le nozze gay sono sette, molti però riconoscono in qualche forma comunque le unioni. I Paesi Bassi sono stati, nel 2001, la prima nazione a consentire il matrimonio tra omosessuali, mentre persone dello stesso sesso si possono sposare in Norvegia, Islanda, Finlandia e Svezia, in quest'ultimo paese pure in chiesa (unico al mondo). In Spagna dal 2005 è consentito sia il matrimonio, sia l’adozione, mentre in Portogallo da aprile è possibile il matrimonio (non l’adozione).
Per quanto riguarda le unioni civili, la Danimarca è stato il primo paese al mondo ad autorizzare, nel 1989, il matrimonio civile (partenariato registrato) tra omosessuali, i quali non possono però ricorrere all'inseminazione artificiale né adottare. In Germania nel 2001 il "contratto di vita comune" garantisce alle coppie omosessuali diritti simili a quelli del matrimonio, in Francia, dal 1999, la legge  ha adottato i Pacs, le unioni civili per le coppie etero e omosessuali. Non ammesse invece le eredità e le adozioni. Nel Regno Unito, dal 2005, il "partenariato civile" garantisce alle coppie gay diritti pressoché identici rispetto a quelle etero in materia d'eredità, impiego e pensioni. In Ungheria le coppie dello stesso sesso sono riconosciute come "amanti", ma è esclusa l'adozione. In Croazia "Reciproco sostegno" e diritto all'eredità sono garantiti alle coppie omosex da una legge adottata nel 2003.
Al di là dell’oceano, Canada e Argentina (primo paese in america latina) riconoscono per legge i matrimoni gay,  in Nuova Zelanda le coppie hanno gli stessi diritti ma il matrimonio è concepito solo tra uomini e donne. In Africa invece gran parte degli stati considera reato penale l’omosessualità, solo il Sud Africa ha legalizzato nel 2006 le unioni civili.
In tutto il mondo, sono quindici gli stati (considerati i sei negli USA) in cui è consentito per legge il matrimonio gay, mentre sono una ventina le nazioni in cui è possibile ricorrere alle unioni civili.
Fra questi paesi, non compare l’Italia.

[Q]

domenica 31 luglio 2011

Riflessioni su Libia e dintorni - Parte II

Quali sono, dunque, le reali problematicità della cosiddetta Primavera Araba? Rispondere a questa domanda ci riporta ai fatti recenti, in particolare a due aspetti. Innanzitutto, la Tunisia e l’Egitto, dove la nuova fase politica è iniziata quasi senza spargimenti di sangue, sono accomunati dal fatto di avere una lunga tradizione statale, un senso di identità nazionale abbastanza radicato, e un’istituzione, l’esercito (in Marocco è la monarchia), rappresentante e garante di questa unità, che non a caso si è posto alla guida del processo di transizione. Questo non vale per la Libia, la Siria e lo Yemen, creazioni dell’epoca coloniale, in cui le potenze europee hanno riunito tribù e gruppi sociali diversi, da allora in competizione per il controllo delle istituzioni. In questi contesti, la perdita del potere da parte del gruppo al comando è una questione di vita o di morte, dal momento che dal potere passa l’accesso alle scarse risorse del paese. Così si spiegano le violenze interetniche esplose tra le tribù della Cirenaica (i ribelli di Bengasi) e della Tripolitania (i fedelissimi di Gheddafi), tra i diversi gruppi sciiti opposti alla famiglia Assad in Siria (paese oltretutto a maggioranza sunnita), e tra sostenitori ed oppositori del Presidente yemenita Saleh. La spirale di violenze avviata dalla repressione di Saleh e da Assad (e da Gheddafi prima del necessario ma mal organizzato intervento della Nato), mostrano che in Medio Oriente e nei paesi del Golfo si giocherà una partita molto più complicata, di cui non è possibile ipotizzare né determinare la soluzione (casomai qualcuno ipotizzasse davvero un coinvolgimento della Nato al di fuori della Libia).
Un secondo elemento di incertezza circa lo sviluppo della situazione è rappresentato dalla posizione di Israele. Il governo di Tel Aviv è tra i più preoccupati dalle rivolte. Dietro le dichiarazioni di facciata a sostegno della democrazia, Israele sa di avere tutto da perdere da un cambio di governo in Siria, oltretutto dopo la caduta di Mubarak in Egitto e il recente ingresso di Hezbollah nella coalizione di governo libanese. Coi dittatori oggi in difficoltà, Israele ha infatti negoziato negli ultimi 30 anni uno status quo accettabile, grazie ad accordi formali, la pace con l’Egitto, e intese de facto, la non belligeranza con la Siria. L’avvento di nuovi governi rivoluzionari potrebbe rompere questo fragile equilibrio, come anticipato sia dalla decisione dell’esecutivo di transizione egiziano di aprire il Canale di Suez alle navi iraniane, che dalle provocazioni di Assad, che per esercitare pressioni ha permesso a gruppi di rifugiati palestinesi di raggiungere il confine israeliano e di ingaggiare battaglia con le forze di frontiera. Tel Aviv potrebbe dunque muoversi in funzione del mantenimento dello status quo.
Gli Stati Uniti potrebbero svolgere una importante funzione stabilizzatrice. Alla fine di maggio Barack Obama ha illustrato al Congresso le linee guida del la nuova politica americana nella regione. Le sue parole hanno evidenziato l’intelligenza di un Presidente rimasto coerente con il discorso all’Università del Cairo nel 2009 (quello che gli è valso il premio Nobel), quando aveva annunciato una nuova stagione di rapporti col mondo arabo, basata sul basso profilo statunitense e su una maggiore reciprocità. Non a caso, non una bandiera americana è stata finora bruciata nelle piazze arabe in rivolta, mentre molti paesi della Lega Araba hanno aderito alla missione della Nato in Libia. Ciò non toglie, comunque, che stavolta saranno gli stessi paesi arabi ad avere l’ultima parola su quelli che saranno i nuovi assetti regionali.

Carlo Marcotulli 

1 Fonti: CIA – The World Factbook e US Census Bureau – International Data Base